giovedì 29 gennaio 2009

Si può vivere così? - scheda a cura di Giorgio Razeto

PARTE SECONDA - SPERANZA
Cap. IV - La Speranza

I. La speranza è il frutto della fede
"per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo...abbiamo anche ottenuto attraverso la grazia di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Cristo" (San Paolo, Rom. 5, 2).
II. il contenuto della speranza è la gloria di Dio, il riconoscimento di Dio: la fede ci fa capire, vantare di capire e sperare che è per la gloria di Dio che tutto il mondo si muove, che tutto il mondo riconoscaDio, che Dio si faccia riconoscere da tutti
"lo scopo di tutto questo moto per cui ti alzi al mattino ed è una cosa piccola - pensate al vostro lettino, quel piccolo lettino da cui fuoriesci come un topolino; pensate al sole che sorge, da che lettone immenso! - tutto ciò che si muove, la fede ci fa capire e vantare di capire che è per la gloria di Dio. La fede ci fa sperare di vedere che tutto quanto si muove, si muove per la gloria di Dio"
III. il primo modo di vedere questo è capire non vederlo
"Avverrà in California...un terremoto per cui metà California...precipiterà in mare: capire questo è molto più che vederlo, tanto è vero che comprendendolo si può incominciare a mettere i piloni in mare, cioè incominciare a prepararsi"
IV. la speranza è il secondo fattore descrittivo di una personalità nuova; secondo perché deriva dal primo, la fede: senza fede non c'è speranza, con la fede ci può essere speranza
1. Certezza sul futuro
I. La speranza
A. è riconoscere una certezza per il futuro che nasce dalla fede: dal riconoscere una Presenza certa
B. nasce dalla memoria: dalla coscienza di una Presenza che comincia nel passato ed è giunta fino a te
"...la certezza di un presente ti rende certo di un futuro. Per essere certo del futuro, devi essere allora certo di un precedente al futuro, di qualcosa che precede il futuro. La speranza come certezza in una cosa futura poggia su tutto il passato cristiano...perciò non si può far memoria di Cristo come Presenza senza in qualche modo interessarti, meravigliarti, stupirti, vantarti, inorgoglirti, essere contento di tutto ciò che è accaduto in questi duemila anni..."
C. nasce in un modo che noi non vediamo ma possiamo saperlo sulla base della fede: a Dio nulla è impossibile!
"...capisco la vostra difficoltà: la certezza del futuro...non si appoggia sul presente come una pietra...su un'altra pietra...nasce in un altro modo che non vediamo, non possiamo vedere. La certezza della mia fede nasce da ieri, dall'altro ieri, da San Gregorio Magno millecinquecento anni fa, nasce da sant'Ireneo milleottocento anni fa, nasce da San Policarpo millenovecento anni fa, nasce da san Giovanni, nasce da sant'Andrea, nasce da Simon Pietro. Come fa a nascere e giungere fino ad ora? Non possiamo vederlo, possiamo saperlo però! Perché a Dio nulla è impossibile".
D. la ragione, coscienza della realtà secondo la totalità dei suoi fattori, mostra che io ho la fede, anche se non si capisce come avviene; anche se non si capisce sei costretto ad ammettere che c'è un fenomeno che si chiama fede
"Io ho la fede, io credo. Tu sai che io credo...Ma non puoi saere come avviene in me la fede, non posso saperlo neanch'io. E tu, ché anche tu ha la fede (spero!), non puoi sapere neanche tu come fai ad averla. Anzi, sarà uno degli spunti più belli della tua vita, se sarà pensierosa: come mai a me sì e a tanti altri no? E ti commuoverai di fronte al fatto che Dio abbia scelto te, abbia prediletto te su tanti altri...anzi, da un un punto vista molto banale...ti frega! Dio ti frega perché, se ti dà la fede, te la dà perché tu la attui, la comunichi ad altri, cioé ti rende strumento della sua missione.
II. In sintesi, le parole più importanti sono
A. la fede, riconoscere con certezza una presenza
B. la parola certezza che riguarda il futuro
C. il nesso tra il primo ed il secondo punto
III. La speranza nasce da una grande grazia (Peguy, Il portico del mistero della seconda virtù): la certezza della fede, che è il seme della certezza della speranza
A. la fede, certezza di un presente, di un significato nel presente, nel tempo, dà luogo ad una certezza nel futuro
"C'è un periodo che sembra di incertezza, perché non è ancora delineata la figura del futuro: tu conosci la pianta di tamerice, tiri via un semino, lo pianti sotto terra...chissà cosa nascerà di lì? Chissà che forma avrà? Per capire che forma avrà, devi aspettare del tempo".
B. la grande grazia della fede, la certezza di un significato, rassicura un presente nel quale è innestato uno strano seme per cui fiorisce la speranza "del giorno che non muore" (Inno delle lodi del giovedì, Libro delle ore, pp. 140-141)
"L'uomo vive il presente e immagina il futuro proiettando il presente sul futuro e questo, o svaga il presente, lo rende vago, oppure lo storta, diventa un mostriciattolo...Invece la vita cristiana cosa fa? Ti fa vivere il presente con tale attenzione a tutt le cose del presente che facendo attenzione anche al mare che hai davanti, vedi sull'ultimo orizzonte un puntino; e non è una nave che se ne va, è una nave che viene. E' il destino che ti sta arrivando; ed è un grande giorno...come per Cristoforo Colombo: è stato un grande giorno quello in cui ha cominciato ad intravedere un piccolo lembo di terra"
Un possesso già dato
I. La speranza è la certezza di un possesso già dato, perché il presente non te lo dai tu, lo ricevi: "è una grande grazia"
"possesso, perciò rapporto stretto, profondo con la tua persona; già dato, che ti viene dato da un altro, non lo conquisti tu"
A. Pietro, Giovanni ed Andrea fondavano la speranza su Gesù, su una presenza, dovevano sentire di appartenere a quell'uomo perché potessero fondare una loro speranza nel futuro (Giovanni, cap. VI)
B. i parenti di Gesù (Marco, cap. III), invece, non riconoscevano niente in Lui, non erano in unità con Lui, perciò non potevano poggiare nessuna prospettiva per il futuro su di Lui
Sicuri del compimento
I. La speranza cristiana è certezza, una certezza che riguarda il futuro che si appoggia sulla certezza di qualcosa di presente (grande e grosso perché deve sostenere tutto il futuro)
"Colui che ha iniziato in voi questa opera buona, la porterà a compimento nel giorno di Cristo" (S. Paolo, lett. Filippesi, 1,6)... Essere sicuro che Lui porta a compimento quello che mi ha dato, vuol dire essere sicuro della mia felicità, essere sicuro del mio destino, essere sicuro del mio compimento, essere sicuro dello scopo della vita...è un bel respiro perché [la speranza] te l'ha data Lui, è evidente che te l'ha data Lui perché ce l'hai e non te la sei data tu; e se è anche Lui che la porta a compimento, quasi quasi puoi dormire tranquillo, in pace"
2. La dinamica della speranza
Il desiderio
I. la fede nasce come riconoscimento di una Presenza eccezionale
II. l'esperienza di una Presenza eccezionale fa scaturire nel cuore dell'uomo un desiderio che riguarda il futuro: che le esigenze fondamentali del cuore siano soddisfatte
"...passa uno, si ferma a parlare con loro, dicono: "E' meraviglioso quest'uomo"...l'esperienza di una Presenza eccezionale fa scaturire...il desiderio che quell'uomo lì rimanga, il desiderio che quell'uomo lì metta a posto le faccende di casa, metta a posto le faccende di casa, metta a posto la moglie impazzita, metta a posto il figlio..."
III. il desiderio diventa certezza del compimento solo se uno si fida e si abbandona alla Presenza che la fede ha indicato
"Le esigenze del cuore dicono che l'oggetto del cuore c'è, nel futuro c'è, perché l'uomo è destinato ad essere felice, giusto, vero...ma la certezza che questo accadrà non può essere sostenuta dal nostro cuore. La certezza...può derivare soltanto dalla Presenza che la fede riconosce. Solo questo può reggere la ragione di una certezza nel futuro...Il cuore dell'uomo...è spinto verso il futuro nella direzione di quelle esigenze ideali; non può essere sicuro che avvengano, non può essere sicuro di non tradirle, per esempio...Come può questo desiderio diventare certezza? Diventa certezza nella misura in cui realizza la sicurezza nel potere della grande Presenza"
La certezza dell'adempimento
I. La certezza dell'adempimento
A. non può venire dal cuore: il cuore desidera l'adempimento ma non sa
B. viene dalla certezza della risposta alla domanda del cuore, che la grande Presenza ha promesso
II. E' importante la distinzione tra sogno e ideale
A. le esigenze del cuore pretendono di essere soddisfatte
1. il cuore, quindi, sogna: immagina una forma che che esaudirà tali esigenze
"... senza la fede, questa certezza di felicità non può essere ragionevole, ma acquista la forma, una forma che le dà il cuore stesso, prendendo pretesto da qualche presenza che non è ancora la grande Presenza (l'uomo per la donna, il bambino per la madre, i soldi per chi ama i soldi, l'esito politico per chi fa politica) e questo si chiama sogno..."
2. la speranza si traduce in sogno
3. il sogno del cuore non può sostenere le ragioni della certezza che le esigenze siano esaudite
B. la speranza si traduce in ideale
1. quando il cuore dell'uomo riconosce la grande Presenza
2. capisce che è dalla grande Presenza che può venire la ragione della certezza che i suoi desideri si attuino
3. perciò domanda alla grande Presenza di attuare le esigenze del cuore, il desiderio di felicità
Una domanda che invade tutto
I. Le circostanze che l'uomo vive sono tentazioni di sogno oppure segni dell'ideale
A. sogno: quando l'uomo pretende lui stesso di dare una forma alla risposta alle esigenze del cuore
B. segni dell'ideale: quando le circostanze rimandano al Mistero, alla presenza di Cristo; alla forma di risposta che la grande Presenza ha scelto
1. per cui l'attrattiva data dalle circostanze è vissuta come qualche cosa di provvisorio che rimanda all'attrattiva definitiva
2. il desiderio è che Cristo venga, si riveli nelle circostanze
3. e questa domanda deve invadere tutto
II. La speranza è la prima caratteristica di un io, di una persona che cammina nel tempo e mette in luce
A. se le circostanze conducono alla delusione
B. ovvero rivelano la grande Presenza, per cui tutte le cose diventano segno e oggetto ultimo della sua domanda
3. Verso il possesso di un bene arduo
Certezza e desiderio
I. La speranza è la certezza nel futuro motivata dalla certezza di un presente
II. La certezza di un bene ancora assente, che avverrà nel futuro; quindi un attesa, un desiderio
Desiderio di un bene arduo
I. La speranza è desiderio di un bene arduo perché costa, esige una pena ed una fatica
L'inevitabile incertezza
I. Una premessa: fra la certezza della fede e la speranza, una certezza futura c'è un periodo che può sembrare di incertezza, nel senso che non si può immaginare come sarà questo futuro
"...non è vera incertezza, perché altrimenti non sarebbe più certezza...la certezza della fede genera la certezza della speranza, ma la modalità con cui questa certezza della speranza è suscitata in noi lascia come un disvagamento, lascia come una tribolazione, come un dubbio, che non è il dubbio, che è incertezza, perché non si riesce ad immaginare, a delineare in nulla come sarà questo futuro"
II. Non bisogna confondere l'immaginazione e la fantasia con la ragione
A. la certezza del futuro è fondata sulla ragione, dipende dalla certezza della fede
B. l'immaginazione
1. aiuta la ragione ma non ha la consistenza della ragione
2. è una capacità immaginativa che ha chi più e chi meno
III. Non si deve confondere l'incapacità che abbiamo a immaginarci il futuro con la certezza di questo futuro
"Non può essere che la difficoltà ad immaginarci, a delinearci come possa essere questo futuro diventi ragione per dubitare del futuro...se è nel futuro...non possiamo sapere come è! Ma che c'è, dipende dalla certezza della fede. Siamo sicuri che c'è, ma non siamo sicuri di come pensarlo, di come delinearne la figura del futuro. Ma questo è anche un vantaggio, perché ci si può sfogare in tanti modi, secondo il temperamento, secondo la fantasia. Come la prima volta che vi ho letto di Giovanni e Andrea: voi non avevate mai immaginato quello che io cervavo di dire, immaginandomi come è stato quel momento. Ma se siete stati attenti, dopo, anche voi avete cominciato a pensarlo così e avete cominciato a imparare a immaginare in quel modo anche altri pezzi del vangelo, per esempio la peccatrice che bacia i piedi di Gesù piangendo, Zaccheo rannicchiato sull'albero che si sente dire "Zaccheo" da Lui che passa".
a) Un cammino che è fatica
I. Il cammino, il compimento del destino è fatica perché è una prova; in questo senso si dice che è arduo
b) La forza di Gesù
I. La forza di Gesù presente non ci abbandonerà mai ed è più forte di qualsiasi difficoltà o fatica
II. Gesù ci ha lasciato il suo Spirito: il suo io, l'energia del suo io in modo da mantenere la sua presenza e così ci aiuta
A. ci fa capire che la vita non è definita dalle prove
B. ci fa camminare attraverso le prove, costruendo la nostra vita
C. ci insegna la pazienza (la grande parola del cammino della speranza)
1. la pazienza è la capacità di portare tutte le circostanze con il ragionevole coraggio di non rinnegare nulla, di non dimenticare nulla, di non rifiutare nulla
a. rinnegare: negare quello che è evidente
b. dimenticare: è l'eludere, accantonare la cosa che non interessa al momento
c. rifiutare: quando si comprende una cosa, la sua importanza o necessità, ma le si sputa addosso
"La pazienza è molto di più "l'Atlante" che porta il mondo. Quella era un'immagine stoica, una presunzione, perché l'uomo non porta il mondo; se pretende di portarlo a un certo punto il mondo lo schiaccia...di fronte al peso delle cose - pensate alla morte, tutto finisce - l'uomo di tutti i tempi che cosa ha pensato? Due cose: dimentichiamo e intanto godiamocela...o invece, se erano uomini seri...la formula stoica: portare le cose sulle spalle, la magnanimità...Ma l'uomo che prende il mondo sulle spalle fa un passo e il mondo lo schiaccia, non può portare un peso del genere da solo"
c) La fedeltà dell'appartenenza
I. La fatica della speranza è rimanere in Cristo, nella fedeltà all'appartenza
II. La fedeltà nell'appartenenza si esprime con la domanda: la mendicanza a Cristo presente
III. I nemici di questa fedeltà nell'appartenza sono
A. la discontinuità (un giorno sù un giorno giù)
B. la fatica
C. il dolore
d) La domanda del perdono
I. L'aspetto più acuto di questa fatica è il perdono, la domanda del perdono, certi di essere perdonati
"la ripresa dopo lo sbaglio, non perché riusciamo noi a rimediare, ma perché, domandando a Cristo presente con il suo Spirito, mendicando da Lui perdono, ciò che abbiamo sbagliato è come se scomparisse e diventasse forza in noi, desiderio di fargli piacere"
II. Il perdono, il segreto mistero della speranza (Peguy), è la rinascita
"Il Battesimo è il principio di questa rinascita, principio che opera per cento anni se uno campa cento anni, per 103 se uno campa 103 anni, che opera 1299 volte se uno ha fatto 1299 peccati e che opera 10.003 volte se uno ha fatto 10.003 peccati"
L'opposto della pazienza
I. Non è l'impazienza: l'impazienza è un difetto dell pazienza
II. E' la tiepidezza: è seguire il cammino della speranza senza sperare
"seguire...col naso storto, con la testa storta...è chi ci sta senza starci...senza brillio, senza energia creativa, senza dolcezza, senza progetto: cioè senza speranza!"
La testimonianza
I. La testimonianza
A. è un pezzettino di morte per Cristo
B. concretamente si chiama missione: andar via
C. è accettazione del Mistero di Dio
La speranza - Assemblea
Il cuore dell'uomo è una promessa
I. Il cuore dell'uomo è una promessa di adempimento all'esigenza di felicità che lo costituisce
II. La promessa di Dio al popolo ebraico è cominciata con Abramo
III. La speranza di Abramo era ragionevole perché
A. corrispondeva al suo cuore
B. era fatta da Dio e Dio non può ingannare
IV. La vita che ci è data è speranza ragionevole perché ci viene da Dio
A. tante volte viene da rinnovare il lamento di Abramo ma è ingiusto
B. è ingiusto
1. perché rinnega il fatto che tu sei stato fatto con il cuore come esigenza di felicità
2. e questo è divino perché deriva da chi ti ha fatto
V. Fin qui è l'esperienza di tutti gli uomini
A. c'è il positivo della risposta al cuore
B. ma nella coscienza della vita privata prevale il dubbio "Chissà?"
C. infine non c'è risposta al problema del male
D. c'è la coscienza di un ente supremo, di un essere unico ma, in assenza di una risposta alla preghiera, si è ricorre agli idoli, agli dei sussidiari, a livello della vita quotidiana
E. il modo di concepire i rapporti scaturisce da come si concepisce la dipendenza ultima, il destino ultimo
F. negli spiriti più illuminati nasce l'esigenza della rivelazione: che il Mistero, Dio venga a farsi conoscere
VI. Dio, quando è venuto, è stato riconosciuto
A. da chi è rimasto "bambino", nell'atteggiamento con cui Dio lo ha fatto: questa è la moralità
B. da chi ha rinunciato alle proprie immagini sull'attesa che Dio ha destato nel cuore e Cristo ha rinnovato
"Soltanto chi è in questo atteggiamento riconosce la sua Presenza...Anche gli apostoli speravano qualcosa d'altro...però...c'era un attaccamento a Gesù che era più acuto di queste immagini a cui erano restati fedeli. Tant'è vero che quando Gesù risorto per la prima volta li incontra, loro dicono: "Maestro, allora, adesso fai il regno di Israele?"...ripetono la mentalità di tutti. E Gesù pacatamente risponde: "Non è così! Il tempo di questi avvenimenti lo sa solo il Padre". E loro sono così bambini vicini a Gesù che lasciano cadere, non stanno attaccati alla pretesa che Lui risponda alle loro questioni così come le immaginano, ma gli stanno attaccati più profondamente di quanto fossero attaccati alle loro opinioni, con una semplicità più grande".
C. il prevalere della propria immaginazione è realmente la grande tentazione contro la fede in Gesù, quindi contro l'obbedienza a Dio
D. Due alternative
1. l'abbandono e la certezza in Cristo che conducono ad una vita di
a. letizia
b. tenerezza: una sensibilità alla gioia dell'altro, tesa ad augurare la gioia dell'altro
2. l'attaccamento alla propria immagine sul cammino, sul destino, che conduce al lamento
"...il lamento che ingombra il cuore e l'orecchio di chi sente, rende pesante la vita di tutti coloro che ci circondano...la vita è lamentosa...non conosce né la letizia né, tanto meno, la gioia che un fiore della letizia"
Il nesso tra fede e speranza
I. L'uomo desidera e si muove per desiderio della felicità, perché la sua natura è sete di soddisfazione totale, di verità, di felicità, di giustizia (le esigenze del cuore)
II. L'uomo è autocosciente, è cosciente di sè, per cui conosce le cose principali di cui è fatta la sua natura
"...anche un cane, venuta l'ora del pasto si muove...ha desiderio di qualcosa, ma non della felicità...L'uomo desidera, si muove...perché la sua natura è sete di soddisfazione totale...Per il cane basta che segua l'istinto, per l'uomo non si può parlare di istinto, si deve parlare di conoscenza o di coscienza. L'uomo ha coscienza che è fatto "per qualcosa di"..."
A. la natura ti fa conoscere la sete di soddisfazione totale alle esigenze del cuore
"il termine della sicurezza naturale è la parola "Chissà?" (chissà mai, chissà cosa sarà, sarà quel che sarà)..."
B. La fede è la coscienza di una Presenza, più potente della natura, che ti chiarisce lo scopo della vita e ti rende sicuro raggiungere ciò per cui sei fatto
III. La speranza "tira" la fede nel senso che mette in moto il desiderio, fa "fremere", fa camminare verso il destino
"...l'accorgersi di sé, la riflessione introduce al giardino fatato dell'essere. La fede ti rende certo del destino per cui sei fatto e te lo fa conoscere, incomincia a fartelo conoscere; allora tu ti muovi, allora è la speranza che tira la fede...La speranza è come un fuoco che tira la fede, tira la conoscenza. La fede può essere faticosa; la speranza la rende meno faticosa, tira la fede..
A. la fede
1. è la misura della serietà
2. fissa il cammino
B. la speranza
1. è la misura del gusto e del fascino
2. si esprime nel fremito, rende viva la curiosità della fede
"Mi ricordo col mio papà quando per la prima volta sono andato al mare, avevo nove anni: dopo via Pergolesi, al semaforo, ero lì che picchiavo i piedi perché volevo vedere il treno che era in alto. La speranza è come il bambino che pesta i piedi, freme..."
La speranza
I. è legata ad una presenza, a qualcosa di presente
"...per sè sarebbe un controsenso: l'attesa di qualche cosa che deve venire è legata ad un presente! Arrivare in cima alla montagna per il bambino è legato ad una presenza: quella del papà che guida..."
II. si poggia su una presenza che tu possiedi, una presenza che ti appartiene e alla quale tu appartieni
"Dove uno appartiene ad un altro è sempre vero l'inverso, che l'altro appartiene a lui, altrimenti è una terribile bugia"
III. questa presenza è Gesù che ti rivela ciò per cui sei fatto e ti dà la forza di arrivare, di compiere il tuo destino
"...Presenza, qualcosa di presente: perciò c'entra con la penna con cui scrivi, c'entra col naso che guardi, c'entra con il sonno che hai, c'entra, c'entra: qualunque cosa guardi o qualunque cosa tocchi, c'entra. Se Cristo non c'entra con quel che tocchi e con quel che guardi, non è vero che tocchi, non è vero che guardi. Non è vero che non c'entra, è che non è vero che guardi, tocchi, ami, non è vera la tua umanità...Manca l'umano: nel nostro dubbio non è Critso che manca, ma è l'umanità nostra che manca"
IV. la prima virtù morale di chi segue Cristo è la semplicità o meglio la sincerità, perché la sincerità è la semplicità che passa attraverso la libertà. Semplice può essere un carattere, sincero è una virtù
Parole chiare ed astratte
I. Non vi è contraddizione: chiaro ed astratto possono stare insieme
II. Una cosa è chiara oppure non ti è chiara o prendi dei pretesti per dirla non chiara quando invece ti sarebbe chiara
A. nel secondo caso bisogna svolgere la cosa
B. nel terzo, dipende da te: se la cosa è chiara, la senti astratta esclusivamente se a te non interessa
"Quanto più uno è amico e vicino, tanto più le cose chiarissime in lui non le capisci, sono astratte perché non permetti ad esse che c'entrino con te. Se non permetti che c'entri con te una cosa chiara che noti in persone legate a te, quella cosa chiara scivola via in fretta, non ti rimane niente, tutt'al più la dici in senso contrario, dici una bugia su di essa, perché non ti interessava. Per esempio, se hai un fratello che gioca a football e a te il football sta qui, mentre tu del basket sei innamoratissimo, quando tuo fratello parla di calcio...a te non interessa minimamente, sei perfettamente indifferente. Mentre all'annuncio che il basket di Philadelphia ha perso con il basket di Boston, tu ti rendi incandescente subito..."
III. l'astratto è lo sfuggente se tu prima ne hai scartato l'interesse, se non ti interessa nella vita vissuta e sentita, se tu hai prima deciso di interessarti ad altro
IV. In questo caso occorre che tu fissi quella parola che senti astratta, devi ripeterla, dire: "Spiegami questa parola", devi fissare quella parola in tutti i modi: "Che c'entra con gli ineressi che io vivo, ora?". Allora puoi, a un certo punto, iniziare a capirla, a sentirla
Sogno e ideale
I. Il sogno è la realtà come la immagini tu, la forma in cui la pieghi tu
"...di fronte ad un oggetto, tu hai una ripulsa o un'attrattiva...questo è il tuo sogno, cioè la realtà come la pieghi tu, nella forma in cui la pieghi tu, che interessa a te, invece che farti interessare alla realtà come è".
II. L'ideale è il desiderio ultimo del cuore, che l'uomo cerca di raggiungere fidandosi della grande Presenza, che riconosce possibile solo con l'aiuto della grande Presenza
Vivere il presente con attenzione
I. Quando l'uomo guarda le cose con verità, nell'ideale, allora tutte diventano segno del suo destino e così non gli sfugge niente della realtà
"Se il destino è Presenza, vivendo il rapporto con questa Presenza tutte le cose diventano un segno di essa. Segno di essa come il puntino in fondo all'orizzonte è segno del destino che sta per arrivare. Se viviamo il rapporto con la presenza di Gesù, tutte le cose diventano segno...Dio incarnato che cosa vuol dire? Destino fatto presenza".
Speranza e vocazione
I. La vocazione
A. è la Presenza del destino che ti chiama
B. reclama la speranza, esige la speranza
II. la speranza è che il destino si compia: "Colui che ha iniziato in voi questa opera buona, la porterà a compimento" (S. Paolo, Fil., I, 6)
III. il problema più grave è che la parola è chiara ed è astratta; il rimedio è guardarla in faccia, continuamente guardarla
"Guardarla vuol dire anche domandare a Mario: "Mario, spiegami questa cosa qui. Rispiegami questa cosa qui. Ma per te cosa è questa cosa qui? Perché è concreta questa cosa qui?...Quanto più tu fissi questa cosa, quanto più fai queste domande, tanto più la chiarezza comincai a coincidere con la densità di qualcosa di presente e con la suggestività di qualcosa di sentito"
I nemici della speranza: discontinuità, fatica e dolore
I. I nemici della speranza sono
A. la discontinuità, la non linearità nel mantenere l'atteggiamento giusto: è un errore, una debolezza di carattere
B. la fatica, che é la messa alla prova del carattere
C. il dolore: è l'aspetto più acuto della fatica; se non ha nessuna speranza di risposta vince tutto
"...di fronte al dolore uno bestemmia. Come la madre dell'adolescente che portavano al cimitero, che Gesù ha incontrato in quei campi appena fuori il paese di Nain, mentre gridava nel suo dolore. Per lei il dolore era in quel momento opposto alla speranza..."Donna non piangere". Come si fa a dire a una madre che segue il feretro del figlio, dell'unico figlio, morto, "Non piangere", incominciando così a ricondurla a prendere considerazione di sè? Lei dopo quell'avvenimento si sarà sentita come stranita; avrà sospeso un istante le sue grida e in quell'istante Gesù le risuscita il figlio"
II. Discontinuità, fatica e dolore sono nemici della speranza perché tentano di impedire la fedeltà alla speranza
L'aspetto più acuto della fatica di permanere nell'appartenenza è il perdono
I. Il perdono è la cosa più difficile da accettare perché vuol dire tagliare alla radice la presunzione, la pretesa che abbiamo di possedere noi stessi e di realizzare noi la nostra vita
II. Non siamo capaci e perciò sbagliamo sempre
"...tutte le cose che facciamo non stanno in piedi, non sono giuste: i rapporti con le persone, con le cose, con se stessi non sono mai giusti e non non riusciamo a mettere a posto"
III. Ma c'è una forza che ci abbraccia anche se siamo cattivi, la nostra agitazione si calma e riconosce Colui a cui apparteniamo
"Allora, a questo punto, uno cede. Come un bambino che fa i capricci e la mamma invece di sculacciarlo, lo abbraccia: quello che si agita un po' tra le braccia, ma dopo un po' piange"
IV. Il perdono è la tentazione di umiliazione più forte perché l'uomo pretende di essere padrone di se stesso; il dovere essere perdonato è l'opposto più terribile, perciò è la fatica più grande
V. Essere perdonati vuol dire capire che veramente si appartiene ad un Altro ed è questo Altro che ci fa essere quel che dobbiamo essere, che toccandoci di dà la forza per riprendere il cammino
I fattori della personalità: fede e speranza
I. Il primo fattore della personalità è la fede, perché ti fa conoscere che per potere essere, stare in piedi e camminare occorre la presenza di un Altro
"la ragione non tiene, tutta l'energia della sua forza non tiene, non basta, neanche a compiere un gesto giusto, diceva Ibsen nel Brand"
II. la speranza è il secondo fattore costitutivo perché la personalità si costituisce per andare verso qualche cosa d'altro che è nel futuro e la chiarezza e la forza per andare verso il futuro è data da un Altro
Il ruolo della libertà
I. La libertà consiste nell'accettare o rifiutare la speranza: l'aiuto di un Altro che dona la capacità di affrontare con chiarezza e forza il futuro, vincendo le tentazioni del dolore, della fatica, della discontinuità o della prova
II. la forma più elementare e più decisiva dell'accettazione è la domanda
"Nella domanda uno partecipa al gesto che lo aiuta, perciò nella domanda incomincia la libertà piena. Se uno viene lì per aiutarmi a tirarmi fuori dalla macchina, io posso dire di no, posso tentare di uscire da solo; posso a malincuore dovere accettare la mano che mi sostiene; ma posso desiderare la mano che mi sostiene, accettare di chiederla: è qui, è nella domanda che la libertà si pone nella sua pienezza"
"Chiaro", "giusto", "astratto"
I. Chiaro vuol dire che il discorso è logico, tiene.
"...mi metto di fronte alle parole, alle frasi, ai nessi logici che il discorso fatto dal Gruppo Adulto ci propone. Questa è l'analisi, resta tutto astratto, chiaro, chiarissimo, "non ho niente da obiettare", ma è astratto
II. Giusto vuol dire che il discorso è pertinente alla vita, aiuta, sostiene la vita, che riconosco che mi è necessario per vivere
"bisogna raggiungere il concetto di giusto, cioè la mia vita senza destino è una vita da cani ed è una vita che va a finire in marciume"
III. Astratto vuol dire che riconosco che ci vuole una cosa giusta per la mia vita, che mi è necessaria ma non lo capisco ancora, non lo sento ancora, non lo vedo ancora
IV. Per rendere il "giusto" concreto e non astratto occorre fare la fatica di stabilire rapporti, di vivere dei rapporti: occorre una compagnia
"Nel rapporto, lentamente, il giusto...incomincia a diventare concreto. L'amore come gratuità e come tenerezza lo impari da una persona che vive l'amore come gratuità e tenerezza, non lo impari teoricamente. La vita la impari nel concreto, non teoricamente...E' nei rapporti che l'Essere si cala"
La speranza del mondo e la nostra speranza
I. La speranza del mondo, istintiva e naturale;
A. è la speranza che domani sia diverso da oggi, da quello che oggi ha di faticoso, che cambi qualche cosa
B. è frammentaria, frammenta la vita
II. la nostra speranza è che io, domani, abbia la forza di abbracciare quello che accade, che "riaccade" grazie ad un Altro presente già oggi, che io possa renderlo costruttivo
Domanda dell'uomo e risposta di Dio
I. Dio, per farsi conoscere, doveva fare un passo Lui e dire:"Eccomi sono qui": ed è stato un caso unico nella storia
"I pigmei che sono i più grandi espressivi dell'umano...che si chiamano gli uomini più pensosi. Nessuno ha avuto risposta, nessuno ha risposta..."
II. La domanda di chi non conosce Cristo è utile perché Cristo è la risposta a tutta la domanda dell'umanità
"...Leopardi...chiedeva alla Bellezza di rendersi visibile e di farsi amare. Era una domanda, la domanda di una cosa che era già accaduta milleottocento anni prima, e non lo sapeva"
III. Dio risponde in un modo preciso: si chiama Cristo. Dio si può conoscere soltanto se si rivela
"Questo è analogicamente vero per noi. Una persona non la si conosce se non si rivela, se non si dice. Un grande psicologo o un grande conoscitore di uomini, un grande penetratore di coscienze può capire tante cose in quanto, senza accorgersi, l'altro svela; ma deve svelare l'altro, altrimenti se non rivela non si capisce"
IV. I pigmei che non conoscono Cristo, a loro modo, chiedevano di conoscere Dio, anzi chiedevano che al Dio che li aiutasse
V. Dio risponde sempre ma con un disegno che è suo: non può coincidere con la dinamica del nostro pensiero
"Esigenza di felicità, esigenza di giustizia, esigenza di amore, che immagini hanno? Sono angoli aperti all'infinito...tutti gli amori, tutte le verità, tutte le giustizie non bastano. Arrivato lì, arrivato sulla cima della collina - direbbe Thomas Mann in Giuseppe e i suoi fratelli-, arrivato in cima alla collina, vedi un'altra collina...e avanti all'infinito, indefinitamente...E' un bel paragone; la vita traduce questo paragone in atto...E' per questo che la von Speyr dice...che Dio fa accadere le cose sempre in modo tale da generare una svista: tu chiedi la salute, ti fa venire il cimurro...e allora tu dici: "Dio è stato malevolo con me". No, tu perché chiedevi la salute? Chiedevi la salute per dare gloria a Dio...bene, per ottenere questo, Dio capisce che deve darti il cimurro..."
La moralità
I. La moralità è permanere nella posizione in cui originalmente Dio ti crea, e questa è grazia
II. l'educazione è necessaria per mantenersi in questa posizione originale
"Se l'educazione del bambino non opera una insistenza sugli atteggiamenti originali cui è stato creato, per esempio sulla sincerità, per esempio sulla dipendenza, per esempio sullo stupore... se non sono sottolineate queste caratteristiche originali, il tempo come tale le svapora, toglie loro la luce che hanno... E così tutti crescono senza educazione e perdano le percezioni originarie; hanno il coraggio di dire: «Ma per me questo non è virtù, non la sento»"
III. ciò che è stato dato all'uomo come Grazia è dato come libertà, e perciò l'uomo lo può accettare o no, o accettare di corrispondervi o no
"Uno che sta nella strada è obbligato ad avere il coraggio e la sincerità di dire: «Ho sbagliato», e dire: «Signore, ho sbagliato» brucia lo sbaglio, perché fa subentrare subito la verità, fa subentrare la verità allo sbaglio"
La fatica
I. Il cuore ci è stato dato come esigenza di felicità
II. quindi noi pensiamo che dovremmo trovarla a buon mercato
III. invece Dio è morto in croce per far vedere a tutti ottenerla deve costare, deve implicare un sacrificio
IV. questo, però, è comprensibile, diventa ragionevole solo se passa nell'esperienza
"Perciò anche la tribolazione delle tentazioni, le prove degli affetti, la fatica della purità, la fatica della coerenza, della giustizia, sono tutte esperienze attraverso cui l'uomo è condotto da Dio per essere più Cristo, per essere più compiuto"
L'arduo e la semplicità
I. arduo non si contrappone a semplice: semplice indica la modalità con cui puoi affrontare l'arduo
"... se tu guardi l'arduo senza semplicità, dici: «Ma, se, però, forse, chissà», che sono tutte le parole più sordidamente e satanicamente nemiche della percezione del vero. Anche se tu fossi davanti a una faccia bella, se non l'ami, trovi tutti pretesti per dire: «Qui, ma, però, ha il puntino qui, ha il puntino nero lì, ha il puntino giallo là, ha il naso leggermente spostato sinistra, leggermente spostato a destra, eccetera.»"
II. La pazienza cristiana e la magnanimità stoica
A. La pazienza cristiana è vicina a quella stoica in quanto deve patire, cioè sopportare
B. ma si distingue dalla magnanimità stoica in quanto è diverso da essa, in quanto è umile sicurezza della forza di un Altro
"«Di tutto sono capace in Lui perché con Lui è la mia forza», diceva San Paolo. Questa è una frase che toglie qualsiasi pretesto che possiamo portare contro la strada ed è la risposta che toglie qualsiasi pretesto di desolazione o di scoraggiamento di fronte a qualsiasi errore. Perciò salva la strada e salva dagli errori"
III. Tutto lo sforzo che stiamo facendo è quello di portarci a percepire la semplicità originale del rapporto tra Dio e l'uomo
"Quando Cristo ha guardato la Maddalena con uno sguardo furtivo per la strada, era una cosa semplice: era un richiamarla con una semplicità ad una semplicità in cui la purità dominava, ridominava; contraria alla sua storia, ma non contraria alla sua possibilità presente"

giovedì 2 ottobre 2008

Si può vivere così? - scheda a cura di Giorgio Razeto

Capitolo terzo - L'obbedienza
I. Meditazione: "presa di coscienza di una verità in modo tale che essa si dispieghi davanti agli occhi, così che tu possa penetrarla"
"Noi possiamo penetrare soltanto le parole vive, cioè le parole che ci dicono coloro che con noi vivono, che partecipano alla nostra vita".
La ragionevole conseguenza della fede
I. la fede è un atto di conoscenza e la libertà è la condizione perché esso avvenga
II. Ad ogni conoscenza consegue un'affettività
III. la fede, come atto di conoscenza, genera quindi un tipo di affettività, un comportamento
IV. l'affezione è un atteggiamento verso l'oggetto conosciuto
"Tu vedi un palo e siccome sei molto indebolito dagli studi, ti pare che sia la tua fidanzata: alla mala conoscenza consegue una mala affezione. L'affezione è un atteggiamento verso l'oggetto conosciuto: hai creduto che il palo fosse una bella bimba e allora ai assunto un certo atteggiamento, ma ti sei trovato male!"
V. L'atteggiamento giusto, abitualmente giusto, verso l'oggetto conosciuto, l'affezione giusta si chiama virtù
"Bevo perché ho la bocca asciutta. Ma io posso aver bevuto così: c'è qui l'acqua e bevo. Invece sono grato a Gloria perché mia ha portato l'acqua, gentilmente; non gliel'ho chiesta. Bevendo sono grato a Gloria perché mi ha portato qui l'acqua. Questa è una virtù, la virtù della gratitudine"
a) L'obbedienza nasce come atteggiamento ragionevole
I. Due fatti del Vangelo, la reazione della folla, l'atteggiamento degli apostoli
A. la moltiplicazione dei pani:
1. Gesù ha pietà della gente che ha fame e non conosce il suo destino
"Avere pietà della gente che non sa il suo destino e aver pietà della gente perché ha fame (perché sono tre giorni che segue uno che parla del loro destino), è lo stesso, è lo stesso gesto"
2. Gesù compie il miracolo e li sfama
3. la folla si esalta e vuole fare re Gesù
"...l'esaltazione giunse al massimo e tutti si misero a gridare a Cristo come al re che sarebbe dovuto venire, al re - figlio di Davide, discendente di Davide - che sarebbe venuto e avrebbe dato tutto il mondo in mano ai giudei, avrebbe reso il popolo giudeo il popolo padrone del mondo, Salvatore, ma per loro "Salvatore" e "padrone" era lo stesso, nella durezza del loro animo le due cose erano lo stesso"
4. Gesù si sottrae alla folla e si reca a Cafarnao
B. Gesù nella sinagoga di Cafarnao
"E' entrato nel mondo come un uomo, uomo come tutti gli altri; perciò...anche Lui andava alla sinagoga, pregava con quelli della sinagoga, diceva i salmi..."
1. legge il brano della Bibbia degli Ebrei nel deserto sfamati da Dio con la manna e in questo modo introduce il nuovo dentro l'antico
"Chi voleva...poteva alzare la mano ed essere chiamato fuori a leggere un brano della Bibbia...Gesù prendeva sempre quell'occasione per alzare la mano e andar fuori a parlare...Quello che incominciò a dire di nuovo, lo disse dentro l'antico: era un nuovo modo di vedere il mondo. Le parole erano le stesse: era un nuovo modo di vedere le parole antiche. Insisto perché questa è la vita del cristiano, essere cristiani è questo: una novità che si apre sempre il varco dentro le parole antiche"
2. spiega che Egli avrebbe portato un pane diverso, "che chi ne mangia non muore più"
3. la gente crede che Gesù parli per metafora; è colpita dalle parole ma pensa che fosse un modo di dire
"metafora, paragone astratto; se io dico: "le mie parole devono essere come il pane per la tua anima", capisci che non è che sia un pane da mangiare coi denti; come il pane è, per il corpo, alimento, così le parole sono l'alimento per l'anima"
4. entra in sinagoga un gruppo di persone: quelli che Gesù aveva sfamato il giorno prima e volevano farlo re
5. Gesù cambia il significato del suo discorso e dice: "Voi mi perseguite perché vi ho sfamato con del pane, gratuitamente, ma io vi darò ben altro da mangiare, vi darò la mia carne da mangiare e il mio sangue come bevanda. E chi mangia di questo pane e beve di questo sangue vivrà per sempre"
6. La folla ora comprende che Gesù non parlava per metafora, per modo di dire, ma sul serio
7. I capi della comunità, gli scribi ed i farisei, reagiscono e diffondono l'idea che Gesù fosse un pazzo
"Allora i capi - i giornalisti, i politici, i professori di università o di scuola media superiore - coloro che cercano di dettare agli altri la propria concezione della vita, che allora si chiamavano scribi e farisei, hanno cominciato a dire: "Avete sentito? E' pazzo, è pazzo! Ma chi può dare la sua carne da mangiare, il suo sangue da bere?"
8. la folla segue gli scribi e i farisei ed abbandona Gesù
9. restano solo gli apostoli
"Erano lì tutti con la testa bassa, in silenzio..."
10. Gesù non attenua l'inconcepibilità di quello che diceva ma insiste
<"Se non mangiate la mia carne non entrerete nel regno dei cieli", vale a dire nella verità delle cose; non vi salverete, perderete voi stessi>
11. Gesù provoca gli apostoli: "Anche voi volete andarvene?"
12. Pietro risponde per tutti: "Maestro, anche noi non comprendiamo quello che tu dici, ma se andiamo via da te dove andiamo? Tu solo hai parole - la vera traduzione dovrebbe essere questa - che corrispondono al cuore, che danno senso alla vita"
a. le parole che corrispondono al cuore sono parole ragionevoli, che spiegano la vita, che parlano della vita in un modo ragionevole
b. la ragione è scoprire la corrispondenza tra quello che uno dice della realtà e quello che il cuore aspetta dalla realtà; la corrispondenza tra quello che uno dice della vita e le esigenze che il cuore ha sulla vita
II. Davanti a Gesù, al fatto eccezionale di quell'uomo che parlava in modo corrispondente al cuore, spiegava la vita in modo corrispondente al cuore, che cosa era più ragionevole?
A. lo scandalo della folla che non capisce
B. seguire Gesù
III. La conclusione giusta è stata tratta dagli apostoli
A. di fronte al fatto eccezionale di quell'uomo che parla sempre in modo corrispondente al cuore, la conseguenza più immediata e logica è quella di seguirlo
"L'immediata reazione che uno provava, che un uomo giusto provava di fronte alla domanda: "Volete andarvene anche voi?" era: "Noi dobbiamo seguirti perché sei l'unica persona, l'unico caso così eccezionale in cui uno parla in modo sempre corrispondente al cuore. E se adesso dici una cosa diversa vuol dire che noi, per ora, non la capiamo. Ce la spiegherai, la capiremo domani, però non possiamo lasciarti perché non comprendiamo questa parola". E anche delle parole che non capivano, come "Vi do la mia carne da mangiare", uno non poteva dire: "E' una pazzia!", ma poteva dire soltanto: "Chissà cosa vuol dire!"; l'atteggiamento ragionevole era: "Chissà cosa vuol dire!"
B. l'hanno seguito anche se non comprendevano le sue parole che non erano contro il cuore; erano incomprensibili ma non contrarie alla corrispondenza evidente e già sperimentata
C. seguire Gesù è stata l'origine di un atteggiamento affettivo, l'inizio del concetto di obbedienza che nasce dalla ragione
"Chi parla come te? Senza di te la vita non ha senso, tu solo sai dare senso alla vita": perchiò un atteggiamento favorevole al Lui, un atteggiamento di adesione a Lui, che in quel momento aveva la sua prova, giocava la sua prova. Ma era giusto seguirlo, perché altrimenti avrebbero dovuto rinnegare tutti i mesi precedenti che erano stati con Lui, in cui era diventato loro evidente che quell'uomo era un uomo diverso dagli altri"
IV. La folla, invece, è stata irragionevole, perché hanno compiuto un gesto contraddittorio con quello che avevano visto il giorno prima, quando erano stati sfamati
A. andare via perché non capivano le parole di Gesù ha significato rinnegare l'evidenza del giorno prima che li aveva spinti a seguirlo
B. la cosa giusta era seguirlo perché diversamente dovevano negare il fatto, l'evidenza di ciò che avevano visto il giorno prima
b) Il contenuto della parola seguire
I. Seguire significa
A. avere gli stessi sentimenti di Cristo, gli stessi sentimenti che Cristo ebbe nei confronti del Padre
"Per Cristo era evidente che tutto era del Padre. E quando il Padre ha permesso che fosse ucciso? "Padre, se possibile che io non sia ucciso, però non la mia ma la tua volontà sia fatta." Per Cristo era evidente che Dio era tutto, perciò bisognava aderire al Padre anche quando era per Lui incomprensibile il suo atteggiamento...che Lui fosse ucciso...era una cosa ingiusta, e Cristo, come uomo, non capiva perché, tant'è vero che ha pregato: "Padre, se è possibile, che io non muoia": non si può andare contro il Padre, per tutta l'evidenza che altrimenti se ne ha, senza il Padre non c'é senso alla vita...Così l'uomo deve avere verso Cristo gli stessi atteggiamenti che Cristo ebbe verso il Padre. Cristo dice una cosa incomprensibile, ma se neghiamo questa neghiamo tutto, non c'è più niente: allora è giusto aderire a Cristo.
B. la parola che definisce l'atteggiamento che Cristo ebbe verso il Padre è "obbedienza"
c) Per questo Dio lo ha glorificato
I. Gesù è stato glorificato perché ha seguito il Padre e il Padre ha dato tutto nelle sue mani
II. Chi obbedisce farà miracoli ancora più grandi di quelli di Gesù
"perché è più grande l'evidenza della forza di Cristo adesso, nella sua Chiesa, che neanche duemila anni fa: duemila anni fa faceva alcuni miracoli, adesso ne fa a bizzeffe. Si dimostra molto più grande adesso il valore di Cristo e del suo corpo, misterioso ma visibile, che neanche duemila anni fa".
d) La ragionevolezza del seguire
I. l'obbedienza è ragionevole perché obbedendo la nostra vita diventa più grande di quanto mai sarebbe stata, cioè si realizza
"Si può stare in convento per decine di anni senza avere questa coscienza; allora si vive male, perché un uomo non può vivere senza la consapevolezza che questo realizza la propria vita più di quanto sarebbe accaduto se avesse fatto quello che voleva, sentiva e immaginava. Il vangelo esprime questo concetto così: "Chi mi segue avrà la vita eterna e il centuplo quaggiù". Il centuplo è la riuscita vera, che inizia già in questo mondo, e si compie nell'eterno"
La vera obbedienza è un'amicizia
a) Seguire uno che ti sta davanti
I. La prima caratteristica, la caratteristica fondamentale è
A. dal punto di vista esteriore un incontro con uno che vi ha fatto notare una diversità umana, che aveva come caratteristica quella di corrispondere più acutamente, più profondamente al cuore
B. questa diversità
1. è un modo di vivere che porta con sé l'affermazione del significato della vita
2. implica una serietà nel vivere
"La vita per quello lì era una cosa seria, implicava una serietà del vivere, che portava dietro di sé un gusto del vivere, una volontà di fare, una utilità nei rapporti, una bontà. Normalmente nella vita, per tutta la gente, è serio il problema dei soldi, è serio il problema dei figli, è serio il problema dell'uomo e della donna...della salute...il problema politico: per il mondo tutto è serio eccetto che la vita...La vita è una cosa seria con un significato; è una cosa seria, perciò è un compito di fronte a tutto il mondo, di fronte a tutto il creato, di fronte a tutti i tempi, di fronte alla storia, di fronte al tempo e allo spazio, ed è un significato ultimo, definitivo completo"
b) Seguire: capire ed imitare
I. Seguire "uno che ti sta davanti" significa due cose
A. capire ciò che dice
B. imitarlo nel come fa
II. Per seguire non basta sentire le parole, occorre cercare di stare attenti a come fa
"Per questo non tutti i parolai sono maestri, perché per essere maestro bisogna far vedere come si fa...usare parole in modo tale che...fai capire come si devono usare"
III. Capire esige il minimo di fatica: esige semplicità, esige il cuore da bambino, una curiosità da bambini
IV. Tutto questo può essere riassunto nella parola "sequela" che implica
A. uno che si ha davanti
B. cercare di capire le parole che dice
C. cercare di capire come fa a farle a viverle
V. L'alternativa alla vita come sequela è l'istintività
"Senza sequela la nostra vita non ha niente davanti, non sa cosa pensare e non sa come fare; perciò identifica con il suo pensiero quello che gli salta in mente (la reazione o i suoi pareri) e identifica come regola del fare quello che gli pare e piace (vale a dire, ha come regola l'istintività)"
c) Obbedienza, gesto dell'io
I. Capire è un atto della ragione: significa afferrare la corrispondenza tra quello che si dice ed il tuo io, le esigenze del tuo io, del tuo cuore
A. incomincia come sforzo e lavoro
"devi proprio ascoltare quello che ti si dice cercando di capire"
B. man mano che capisci, non dipendi più da chi te lo dice è come se diventasse una cosa sola con te stesso: segui te stesso
"Al limite l'estrema forma dell'obbedienza è seguire la scoperta di se stessi operata alla luce della parola e dell'esempio di un altro...E' perché corrisponde a te che ti dico: "Fa questo..."; te lo dico per amore della tua vita...cosa mi rende capace di dirtelo per amore della tua vita? L'amore alla mia vita...Se tu mi segui, lo capisci; e allora, dopo, segui te stesso, seguire me è come seguire te stesso, siamo amici"
d) Il vero seguire è amicizia
I. il vero seguire, la vera obbedienza è una amicizia
A. seguire vuol dire chiedere a chi ti sta davanti: "come fai a vivere quello che dici?"
1. l'accento principale, qui, è il desiderio di vivere: è quello che ti fa domandare: "Come fai a farlo tu, come fai a realizzare quel che capisci?"
B. Se io te lo dico, tu mi dici: "Grazie che me lo hai detto!" e questo diventa tuo, e tu devi seguire te stesso: la tua coscienza
C. per questo la vera obbedienza è una amicizia
"...tu come fai a farlo...? E l'altro ti dice...guardami! oppure: "Vieni con me!", oppure: "Incomincia a fare così. Per esempio fissati dei momenti nella giornata in cui dici "Dio"...oppure "Vieni, Signore"...oppure "Tre volte nella giornata fermati due minuti a pensare al momento in cui Dio è diventato un grumo di sangue dentro al corpo di una donna, l'Angelus". Oppure..."Canta una canzone...però pesa le parole, stà attento alle parole...Oppure: "Se non capisci quel che faccio, domandamelo, così mi è più facile risponderti, ti spiego meglio. Perché altrimenti diventa teorico...Ecco l'amicizia si svolge così, questa è amicizia."
Sintesi
I. La parola obbedienza non è niente altro che la virtù dell'amicizia
A. una amicizia che non sia obbedienza è una cosa sentimentale
B. nel seguire si realizza una simbiosi, una unità sempre più profonda tra quello che mi è accaduto e la mia vita
C. l'amico è caratterizzato dalla serietà del vivere di fronte all'universo e al destino
D. uno non è più solo, è finalmente se stesso, perché l'uomo è se stesso quando è insieme
"Perché? Perché è stato fatto ad immagine di Dio e Dio è una comunione: la comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito, il mistero della Trinità...Così l'io che non è solitario viene creato in una compagnia, da una compagnia che è amicizia e l'amicizia è creata da una obbedienza".
L'obbedienza - Assemblea
I. Il Signore ci ha messi insieme perché camminassimo
A. camminare vuol dire capire il rapporto che c'è tra l'istante e il destino dell'istante
B. un passo è il rapporto tra quello che faccio adesso e il destino a cui vado a finire
C. questo rapporto stabilisce il valore di quel che faccio adesso, così che attraverso quello che faccio adesso, capisco cosa è il destino
II. La semplicità del cuore
A. è la condizione per l'obbedienza
B. anche per capire ma soprattutto per l'obbedienza
"...perché nell'obbedienza bisogna proprio essere semplici...La fede propone e assicura una cosa troppo bella, così bella che diventa quasi facile dire di sì, ma l'obbedienza no; nell'obbedienza tu devi sempre seguire qualche cosa d'altro e non te"
III. Come vivere tutti i giorni la propria libertà, il proprio io senza domandare ogni momento a chi guida, senza demandare ad un altro ogni responsabilità
A. Più fai tuo il criterio di chi ti guida, più sei libero; è libero chi accetta come criterio non il proprio, ma quello dell'altro che lo guida
"Chi si perde si trova; chi rinuncia al proprio punto di vista per seguire Gesù...diventa un uomo capace di affrontare qualsiasi cosa, sapendo quello che fa, decidendo giusto...chi segue il criterio di Dio - l'uomo che segue il criterio dell'altro che lo guida a nome di Dio - di fronte a qualsiasi circostanza si comporterà bene, affronterà la circostanza in modo utile alla propria vita"
IV. Obbedienza e affettività
A. L'attaccamento affettivo nasce seguendo un altro
"L'attaccamento a Gesù nasce proprio dall'atteggiamento di attenzione, di sguardo fisso, di domanda di capire, di adesione a quello che ci dice di fare; da qui nasce l'affezione..."
B. Non è vero che occorre l'affezione per potere seguire, è vero il contrario
"...se tu aderisci all'indicazione che l'altro ti dà, che l'autorità ti dà, se cerchi di capirla, scopri la verità e la vita più di prima e questo ti rende ammirato dell'altro e ti fa affezionare all'altro"
V. Da qui nasce l'amicizia, la compagnia, la comunità
A. l'amicizia è l'energia che costruisce la compagnia
"Per questo il Signore, volendo che l'uomo lo conoscesse, è diventato un uomo e questo uomo ha generato una compagnia, è diventato presente qui ed ora, in ogni momento della storia dentro una compagnia, e se uno pretendesse di avere un rapporto con il mistero di Dio a prescindere dalla compagnia, e specialmente a prescindere da un'autorità che la guidi, si illude, è un'illusione"
B. l'amicizia allo stato minimo è l'incontro di una persona con un'altra persona di cui desidera il destino più che la propria vita; l'altra ricambia questo e desidera il mio destino più di quanto desideri la sua vita
C. l'amicizia è la prima compagnia al suo stato minimale
D. dall'amicizia nasce la compagnia perché questi primi due vorrebbero tirare dentro l'amicizia tutti quelli che incontrano
"badate come è bella la cosa, perché resta tutto secondo la scala fissata dal Signore: c'è il primo, con cui ti sei incontrato che è il primo punto di riferimento; il secondo, il terzo, il quarto...rimane la gerarchia degli affetti come Dio te l'ha suscitata"
E. il pericolo è che più hai affetto, più hai la tentazione di fermarti, di possedere, così perdi la cosa e te stesso: il sintomo che un'amicizia è sbagliata è che gli altri sono estranei
VI. l'amicizia è necessaria non è un optional
A. quello che segui è qualche cosa di inerente alla persona con cui ti metti insieme e che è così bello che vi fa mettere insieme. Ma se è tanto giusto e bello...subito produce, genera
B. la ragione dello stare insieme è capire che al di fuori di certe cose, all'infuori di Cristo non vale la pena vivere
"Perché sono diventato così amico di questo Manferdini e di questo De Ponti con cui andavo sempre?...a tutti era così evidente il qualche cosa di grande per cui stavamo insieme; infatti, chiunque fosse venuto lì...avrebbe sentito parlare di certe cose...abbiamo cominciato a intuire e parlare di certe cose, al di fuori delle quali non valeva la pena vivere"
C. la compagnia autentica è quella che nasce quando uno incontra un altro che ha visto qualche cosa di giusto, di bello e di vero, e glielo dice; e siccome anche lui desidera il giusto, il bello e il vero, si mette insieme.
D. la compagnia si allarga perché interessata a tutta la gente che incontra, per potere dire a tutti il giusto, il bello ed il vero
1. l'opposto di una compagnia così è un egoismo pieno di illusioni, una illusione; una posizione che cerca sollievo nei propri pensieri, in un sogno
"L'ideale è la realtà che tu conquisti pezzo per pezzo, passo per passo; mentre il sogno svanisce, muta e svanisce da un giorno all'altro"
2. la compagnia che si allarga, che si comunica a tutti è una presenza amorosa: la presenza amorosa di Cristo
Conclusione: dalla fede all'obbedienza
Fede
I. E' un fenomeno di conoscenza che implica la ragione, un fenomeno di conoscenza della realtà, di ciò che è
II. La fede è la conoscenza di una realtà che è al di là, che è più di quello che la ragione conosce
III. La fede è ammettere questo più di quello che la ragione conosce, in forza della corrispondenza con il cuore, con le attese, con la risposta a quello che è
IV. La fede è la cosa più razionale che ci sia, perché compie la ragione, risponde a ciò che il cuore desidera
"Senza la fede non ci sarebbe possibilità neanche per la ragione; non ci sarebbe possibilità di affermare ciò per cui l'uomo è mosso...la parola "fede"...riassume tutto, afferma la novità nel mondo"
V. La novità nel mondo è la possibilità di un incontro nel quale l'uomo percepisce che esiste la risposta al suo cuore, alle esigenze del suo cuore, già nel presente
VI. La fede è accogliere un presente, riconoscere un presente
"Nel presente esiste qualche cosa che appartiene al destino, che ha la forma del destino. Ecco, questa è la parola più bella: l'incontro con un presente nella cui forma esiste già il destino"
Libertà
I. Affermare la fede è la libertà
II. La libertà è esigenza di soddisfazione totale, la capacità di aderire al destino, esigenza di totalità di risposta
"...la libertà che non aderisca...è un controsenso, è una negatività: è la morte anticipata (come i padri del Medioevo chiamavano il peccato: la morte anticipata)...se la libertà non aderisce alla fede, si alterano tutti i termini dei rapporti...l'affezione tra l'uomo e la donna...questo è l'esempio che Dio ha messo per primo nel mondo...diventa egoismo invece che amore, negazione invece che affermazione, fragilità rinsecchita invece che creatività feconda, chiusura invece che apertura..."
III. La libertà è la fede che diventa sorgente dell'affettività cioè di una energia di adesione all'essere, a ciò che c'è nella realtà nella sua totalità
Obbedienza
I. La libertà capisce dove deve andare ma non conosce la strada
II. E' proprio il Mistero che ti dice cosa devi fare attraverso la Sua compagnia nel posto in cui ti mette
III. L'amicizia è la suprema obbedienza
IV. E' importante capire l'identificazione tra obbedienza ed amicizia
"...se l'obbedienza ti indica quello che devi fare per raggiungere il tuo destino, che cosa è l'amicizia? E' una compagnia guidata al destino: guidata, cioè devi obbedire"
V. Fede, libertà e obbedienza o amicizia sono le tre parole fondamentali di tutto il nostro vivere
"...una casa non è bella perché tutti sono amici, in quanto allegre e contenti: bisogna vedere perché lo sono!...se una casa è fatta di gente molto amica tra di loro perché condividono realmente, coscientemente il destino...sono capaci, se si trovassero da soli, di creare la comunità dove sono; perché nessuno è solo, l'ha detto Gesù. Nessuno è solo, non perché si sente insieme a chissà chi, a Dio o a Cristo: sentirsi insieme a Dio e a Cristo significa sentirsi insieme a della gente con cui ci mette!
VI. Camminiamo verso Cristo in una compagnia
A. guidati, perciò sicuri, e partendo dall'attrattiva che umanamente le singole persone operano su di noi
B. veramente liberi, perché aderiamo a qualche cosa che ci attira
"Il problema dell'indissolubilità del matrimonio è l'accento significativo di qualsiasi compagnia umana: è impossibile che resista. Se resiste è per interesse di potere politico, economico; perché la soddisfazione come tale è così scadente che decade subito. Sembra non decadere fino a quando non l'hai ancora; quando l'hai decade. Allora come si fa ad avere - senza che decada - qualcosa da cui veramente Dio ci fa attirare? Quanto più la presenza dell'altro desta in te la passione per il suo destino, cioè diventa veramente amore; l'amicizia, cioè lo scambievole amore, è la legge dell'obbedienza"

giovedì 5 giugno 2008

Si può vivere così? - scheda a cura di Giorgio Razeto

Capitolo secondo - La libertà
I cinque passaggi sulla fede
I. Primo, un fatto che accade e che ha la forma dell'incontro
"È il contraccolpo che avviene e che ti fa scoprire qualcosa di nuovo, non è frutto di ragionamento, non è frutto di un itinerario, ma il frutto di un incontro, di un momento che ti colpisce. Un alunno di Guido era un pezzo che andava con i nostri di CL. È stato invitato al matrimonio di un nostro amico di Bologna; è uscito dalla chiesa dicendo Guido: «Ma sai che mi trovo a casa mia per la prima volta?». «Come a casa tua?» «Per la prima volta a casa mia! E ho capito perché sbaglia il mio compagno: perché pretende - e parlava del più intelligente della classe - di scoprire attraverso un ragionamento, attende di fare un ragionamento che di fatto scoprire la verità. Invece la verità si scopre, improvvisamente, in un momento, in un determinato momento.»... La più bella cosa al mondo essere vinti da questi incontri. Ma è tale e quale anche quello che di più bello c'è nell'umano...la accorgersi di aver fatto una cosa buona... perché diventa un accorgersi - oppure imbattersi in una persona da cui ti senti voluto bene. Perché noi non possiamo capire Cristo e seguire Cristo se non attraversiamo anche tutti questi sentimenti umani, perché solo nel seguire Cristo e si diventano cento volte più grandi, più veri, non si tralascia nulla, diventa più vero tutto. Più vero come senso dell'origine, più vero come senso del presente, scopo del presente e più vero come destino".
II. Secondo, l'eccezionalità di questo incontro
"L'eccezionale è quello che corrisponde al cuore. Stranamente, quello che corrisponde al cuore è una cosa che non si trova mai: quando si trova è un segno di eccezionalità grandissima.
III. Terzo, questa eccezionalità crea uno stupore
IV. Quarto, lo stupore porta sempre con sé una segreta domanda: Chi è costui?
V. Quinto, a questo punto l'azione diventa tua responsabilità, tua libertà
"... fino a qui s'è graziato, è una grazia, a questo punto incomincia la tua responsabilità, incominci a dover piegare la testa tu a dover entrare in azione tu. Tu, cos'è il tu umano entra in azione? È la libertà"
A. per aderire basta essere sinceri, affermare la corrispondenza e, perciò, essere ragionevoli
"La ragionevolezza è affermare la corrispondenza tra quello in cui ci si è imbattuti e se stessi e il proprio cuore"
B. per negare occorre un preconcetto: occorre essere attaccati a qualcosa che si vuol difendere
"... se si ha da difendere qualcosa di fronte all'evidenza della verità, non si vede più l'evidenza, non si vede che la verità, si è accanitamente tesi a salvare quello che si vuol salvare
C. c'è una parola che serve per tutto, la parola «scandalo»
"... viene dalla parola greca scandalon che vuol dire «inciampo», come un sasso che in montagna cada sulla strada: devi correre in paese a prendere la, se ci riesci. Scandalo e l'obiezione che deriva da un interesse affermato non in nome della verità, non come ricerca della verità".

1. Che cos'è la libertà
I. l'essenza dell'io umano è libertà
A. bisogna che sappiamo bene cosa voglia dire libertà
B. soltanto comprendendo cos'è la libertà possiamo sapere come usarla
II. la difficoltà di avere l'idea chiara di certe parole viene dal fatto che siamo alienati nella mentalità comune
A. per seguire Gesù, per essere cristiani, per essere nella Chiesa, occorre essere intelligenti cioè essere coscienti di tutto quello che si fa
B. invece, oggi tutti sono superficiali, ripetono meccanicamente quel che sentono
"Tutti vanno avanti con la testa nel sacco e ripetono... Ieri andavamo in macchina ecceda lì in mezzo alla strada un ragazzo in bicicletta che aveva la lingua fuori fin qui e cantava «Oooooh!»... un troglodita. Ma la maggior parte dei ragazzi, se non sono proprio così materialmente... tutti sono così di dentro... Ripetono le canzoni che sentono dire o, peggio ancora fanno solo andare la testa... vale a dire la riduzione più meccanica possibile di quel che sentono, neanche quel che sentono ripetono".
L'esperienza della soddisfazione
I. per capire le parole che riguardano la nostra vita bisogna partire dall'esperienza
II. per capire cosa è la libertà dobbiamo partire dall'esperienza in cui uno si sente libero
A. è necessario partire dall'esperienza, perché l'uomo parte solo da un presente, altrimenti è un'astrazione
B. per arrivare a Cristo si parte dal presente, da Cristo come presente
III. uno si sente libero quando ha soddisfatto un desiderio, mentre quando un nostro desiderio non è soddisfatto, uno si sente soffocato, mortificato, schiavo
IV. la libertà, quindi, è soddisfazione (satisfacere), il desiderio soddisfatto; si può usare anche la parola perfezione (perficere, compiere, vuol dire esattamente satisfacere; un desiderio soddisfatto è un desiderio compiuto, perfetto)
V. la libertà deve essere totale: non c'è se la soddisfazione, la perfezione, non è totale; se non è totale, è una tristezza
"... io desidero andare al mare ai Caraibi, e Carlo mi dice di sì e io tutto contento, felice e libero, lo dico agli altri, lo comunico agli altri «Dopodomani parto». Vado ai Caraibi, poi torno col muso, peggio di prima. «Ma come? Non sei stato ai Caraibi?» «Eh, non so...».
Questa soddisfazione, questa perfezione, se non è totale, se non è totalizzante, se ha qualche buco da cui l'acqua scappa, se ha qualche buco, se rimane qualche cosa di aperto, la libertà non c'è, è una tristezza, il buco è la tristezza. Come diceva Dante in quella terzina: «Ciascun confusamente un bene apprende / nel qual si queti l'animo, e disira: / per che di giugner lui ciascun contende», il cuore dell'uomo è fatto così. «Ciascun confusamente un bene apprende [intuisce l'esistenza di un bene, e la felicità, la soddisfazione] nel quale si queti l'animo e disira [ricerca, la ricerca dell'uomo è sempre una domanda] per che di giugner lui ciascun [giugner è joindre francese] contende [tende, e tutto teso, con-tende con tutti i fattori della sua vita; e contende implica anche il cerchio dell'amicizia e della compagnia umana; è tutto teso a raggiungere questo bene].»

La traiettoria della libertà
I. L'uomo tende sempre di più a soddisfarsi ed a compiere i desideri che ha dentro
II. la definizione ultima della parola libertà, intesa come soddisfazione e perfezione, è un bene nel quale l'animo si quieti, nel quale tutto si è risolto
III. questo bene in cui tutto si è risolto è infinito
"...è infinito perché qualsiasi cosa l'uomo a lì, dice: «E dopo?», qualsiasi cosa l'uomo raggiunga, dice: «E poi?», qualsiasi costo l'uomo goda... «Ciò che più afferrai bramosa nella mano stretta si sfece come la rosa sotto la volta dell'eternità..., e più quel che più mi piacque.» (O. Mazzoni, Noi peccatori: liriche, Zanichelli, Bologna, 1930, p. 78).
IV. l'uomo tende a una perfezione, cioè a un compimento di sé che in tutto quello che raggiungi non c'è mai, non compie il cuore: le esigenze di verità, di giustizia, di felicità
V. pertanto ciò a cui l'uomo tende è qualcosa che è al di là, sempre al di là: è trascendente
VI. in questo modo la coscienza di sé percepisce l'esistenza di qualcosa d'altro, cioè di Dio, del Mistero, Dio come Mistero
VII. la libertà è tanto più grande, quanto più si avvicina all'infinito, è il rapporto con l'infinito, con Dio, e si compirà quando il desiderio di felicità sarà soddisfatto
VIII. la libertà è la capacità di raggiungere Dio come destino ultimo, come qualcosa che deve venire alla fine

2. Come la libertà si muove
I. La libertà si muove attraverso le creature, che è il modo con cui l'infinito la raggiunge per sollecitarla
"Le creature sono il modo con cui l'infinito diventa presente al cuore dell'uomo e gli desta la sete di sé. Gli desta la sete, gli desta l'esigenza della felicità, della giustizia, della verità, dell'amore... La libertà entra in azione, il dinamismo della libertà è in azione perché è toccato dalle creature (è toccato più o meno a seconda che la creatura gli corrisponda più o meno)…gli appare nel segno delle cose".
II. occorre una condizione: bisogna essere sinceri, senza nessun preconcetto
"essere di fronte alle cose e sentirne il richiamo nella sua originalità, nella sua purità: «Ti ringrazio, Padre, perché hai fatto capire queste cose non a chi crede di essere, ma ai semplici». Il semplice è quello che dice pane al pane e vino al vino"
III. il contrario di questo è la menzogna; il contrario della libertà e la menzogna
IV. la libertà è imperfetta e quindi può sbagliare, può scegliere una cosa che non è giusta, che allontana dall'infinito, dalla felicità totale, dal destino per cui si è fatti
A. la legge fondamentale è tendere all'infinito, al destino; quindi, ciò che avvicina di più all'infinito, il destino, corrisponde di più alle esigenze del cuore, cioè alla felicità totale
B. tuttavia, l'emozione può essere attratta da altro, che allontana da questa strada; per cui se uno cede all'emozione si perde (è il concetto di peccato, implicito nel dinamismo della libertà)
" Questo... fa il medico in Tanganica perché l'ha attratto l'idea della missione in Tanganica. Si è fatto frate per andare in Tanganica... Facendo il frate in Tanganica... con i voti già definitivi, incontrando la bionda dice: «La bionda mi attira di più che fare il frate. Allora, se la bionda mi soddisfa di più, ho il diritto di andare con la bionda»... Qual è la legge fondamentale? La legge fondamentale é che tenda a qui (simbolo infinito): tendere al suo destino. Se la legge é tendere al destino (simbolo infinito), T ( Tanganica) è più vicino, lo renderebbe più vicino che B ( bionda), lo farebbe camminare di più. Mi spiego? Ma questa B ( bionda) lo attira di più. T (Tanganica) corrisponde di più alle esigenze del cuore, nonostante quel che sembri, perché l’esigenza del cuore è la felicità totale, è il destino; ma l'emozione più grande è qui B (bionda), allora uno cede all'emozione e vira di qui. Evidentemente perde la strada..."
C. non è un errore l'attrattiva che si sente, è un errore preferire quest'attrattiva all'attrattiva più debole, ma più attiva e sicura verso il destino
"ogni cosa è bene, perché ogni cosa ti richiama al Creatore, ogni cosa, tutto, ma ci può essere una cosa che ti attira di più. Di fronte alla scelta di una cosa che ti attira di meno ma che ti fa andare di più verso il destino, ragionevolmente sei obbligato a seguire la seconda, non la prima; se non fai così, questo è il peccato, l'errore"
D. la vocazione propone, all'inizio, cose normalmente meno attraenti ma sono quelle attraverso cui si cammina verso il destino
1. più si cammina, più diventeranno attraenti le cose che rappresentano il destino
2. è l'inverso di quello che avviene per le cose mondane: l'attrattiva ha il massimo all'inizio e poi finisce
E. La libertà di scelta è propria di una libertà imperfetta, in cammino, non di una libertà compiuta
V. la libertà compiuta, trovandosi di fronte al suo oggetto completo, non potrà più scegliere, ma sarà tutta piena, sarà tutto soddisfatta, non potrà avere la tentazione di scegliere altro, sarà totalmente libera, totalmente libertà

3. LE CONDIZIONI DELLA LIBERTÀ
I. Le condizioni della libertà, perché vada verso il suo destino sono
A. la coscienza del destino (l'amore al destino)
"Se uno perde di vista del destino, allora sbaglia. Tutti...vivono così... È questo l'orrore, questo è contro l'uomo, e la disumanità... Sembra, e tutto il mondo dice: «È giusto, è comodo, è tuo tornaconto, ci tieni e dunque fallo!». No! Perché il destino della vita non è quel che vogliamo noi, è il mistero di Dio, la coscienza del Mistero, la coscienza del destino"
B. il governo di sé
"ci vuole una forza di strappo, una forza per strapparti a quest'attrattiva, così che tu ponga l'energia nell'andare verso il destino. Si chiama mortificazione, capacità di mortificazione o di penitenza. Penitenza, che in greco si dice metànoia, vuol dire «cambiamento di direzione»: invece di andare di qui dove sei più attratto, tu devi fare uno sforzo per cambiare direzione, per cambiare noùs, per cambiare la decisione da prendere"

La compagnia
I. una persona isolata non può realizzare le condizioni della libertà: occorre una compagnia e di richiami al senso religioso, al destino
II. la chiamata di Gesù implica sempre il consegnarsi a una comunità, l'appartenenza Gesù coincide sempre con l'appartenenza a una comunità
III. la comunità è letteralmente, fisicamente Gesù che fa queste cose, Gesù presente
A. nella comunità impari cosa è il tuo destino
B. ti dà la fede, ti sostiene, governa ed educa la tua fede
C. ti fa capire cosa è ed educa la tua libertà
D. ti fa prendere coscienza
1. del sacrificio da fare
2. del tuo peccato, della facilità al peccare, dovuta all'indebolimento della libertà causato dal peccato originale
3. ti incoraggia a riprendere la strada, riconoscendo ciò che porta al destino e l'illusorietà dell'attrattiva
IV. pertanto, occorre seguire la compagnia in cui il Signore ci ha messi, per essere educati nella libertà, perché la libertà diventi veramente la forza della nostra vita e perciò la dignità della nostra vita (non c'è niente di più intelligente che seguire)

Una sintesi
I. abbiamo visto cos'è la libertà; la libertà come imperfezione, in cammino: perciò può scegliere
A. una volta che la libertà giunge all'infinito c'è tutta, sarà tutta piena, tutta soddisfatta, non potrà scegliere altro
B. prima, davanti dei beni, c'è la possibilità di scelta
C. la legge morale è questa: scegliere ciò che porta la libertà al destino (questa è l'imperfezione, l'errore, il peccato)
II. per realizzare la scelta giusta, occorre avere chiarezza nella coscienza del rapporto con Cristo, del rapporto con il destino: il senso religioso vissuto
"Leggete il Vangelo, il primo capitolo di San Giovanni e il ventunesimo, quando sono là tutti insieme quella mattina...era lì vicino a Simone e gli dice sottovoce, senza che gli altri s'accorda, gli dice sottovoce: «Simone, mi ami tu più di costoro?». Questa è la finale della morale cristiana: l'inizio e la fine della morale cristiana. Non gli ha detto: «Simone, mi hai tradito, Simone pensa quante volte hai sbagliato. Simone, pensa quanti tradimenti! Simone, pensa che tu puoi sbagliare ancora domani, dopodomani... Pensa come sei fragile, vigliacco di fronte a me». Macché! «Simone, mi ami più di costoro?»: è andato sotto tutto, sotto tutto; allora questo sotto tutto trascina, e Pietro, amandolo, ha finito per morire come lui"
III. solo la compagnia richiama
A. questa mortificazione, la coscienza della propria fragilità
B. questa seduzione dell'essere, che è il senso religioso
C. ad avere coscienza di quando si sceglie male, riconoscere quando si sceglie male, ad avere la forza del dominio di sé per strapparsi al male
"è un bene poter scegliere, ma è un male poter scegliere male, perciò è ambiguo; non è che la libertà sia in una posizione cattiva, è in una posizione ancora ambigua, può scegliere il bene e può scegliere il male"
D. ad aderire a ciò che porta al destino e per attendere il destino tutti giorni, tutti giorni attendere che venga

Invito alla preghiera
I. occorre ripete il più frequente possibile la breve preghiera emblema del Gruppo Adulto, Veni Sancte Spiritus, Veni per Mariam
II. è lo Spirito di Cristo che ci fa capire le cose, ci dà le energie per andar dietro le cose
III. lo spirito di Cristo ci aiuta attraverso le viscere di una donna di diciassette anni, cioè attraverso le viscere della nostra esperienza comune, di un'esperienza in comunità, dalle viscere dell'esperienza concreta

LA LIBERTÀ - ASSEMBLEA
I. Parole sentite come discorsi o parole pronunciate come preghiera si possono capire soltanto ripetendole
"Quello che il bambino di due anni chiama «mamma» sarà indicato con la stessa parola quando avrà cinquant'anni; ma la stessa parola, non un'altra parola, sarà profondamente diversa, profondamente più compresa, profondamente più amata, profondamente più giudicata... ma uno l'ha ripetuta per tutta la vita. E così è il metodo con cui noi andiamo a Dio, ci intendiamo con Cristo"
II. queste parole sono una forma di domanda: si domanda Cristo; non si usano a vanvera, si usano per domandare Cristo
"... La cosa più grande che possa fare l'uomo con tutta la sua intelligenza, con tutta la sua libertà, qual è? Domandare, come indicare, che è lo stesso"

La libertà
I. «Detto» non è uguale a «imparato»: bisogna ripetere le chiarificazioni, le spiegazioni
II. la cosa importante è desiderare di capire, cioè chiedere di capire, chiedere sempre chiedere
III. chiedere non è pretendere
"... la pretesa chiede fissando delle condizioni, mettendo avanti già delle misure che sono proprie; da ciò che non si conosce non si può pretendere, si può solo domandare"
Cosa significa che tutte le creature non compiono l'ampiezza del mio desiderio?
I. le creature non compiono l'ampiezza del mio desiderio perché non coincidono con l'oggetto totale del mio desiderio
"il mio desiderio ci balla dentro... tende a scegliere quello che lo attira di più, l'emozione... più che la corrispondenza al destino"
II. la mortificazione, lo strappo a quello che ti emoziona di più per amore di ciò che ti corrisponde di più, per affermare la legge morale, non elimina niente: omnis creatura bona ( ogni cosa è bene)
A. il pensiero umano divide ciò che è bene da ciò che male
B. per il cristianesimo
1. male non è niente, non c'è nessuna creatura cattiva
2. il male é solo nell'atto di scelta della libertà, perciò il fattore di peccato è la libertà dell'uomo
III. la libertà è dominata dal fatto che il destino ti riprende e ti richiama, attraverso la comunità in cui vivi dentro la Chiesa, a cui appartieni
"La comunità è ciò a cui si appartiene: è più del padre, della madre e della famiglia"
IV. La libertà incompiuta è la libertà imperfetta di fronte a qualsiasi cosa
A. la libertà è imperfetta per il peccato originale
1. che è un atto dell'uomo
a. di cui ne ha colpa chi lo ha commesso
b. ma le cui conseguenze sono portate da tutti
B. la libertà è imperfetta anche con Cristo, anzi molto di più, perché il peccato originale gioca tanto più quanto più grande è l'oggetto con cui prendiamo rapporto
C. per questo Cristo può apparire senza tutta l'attrattiva che dovrebbe avere: perché la libertà ferita dal peccato originale fa stortare gli occhi verso qualcosa d'altro e allora Lui non appare per quello che è
V. la libertà si gioca davanti a un dovere pesante, davanti alla cosa più pesante che ci sia, la morte, accettando, accettando il progetto di un Altro, che è la volontà di Dio
A. questo è ragionevole perché corrispondere alla volontà di Dio vuol dire corrispondere al proprio destino e quello che ti fa camminare verso il tuo destino è ragionevole
"... cos'è la libertà? La capacità di rapporto col destino. Il destino, cos'è il destino? Facciamo una domanda più facile: dove sta il destino? Il destino sta alla fine della vita. Autostrada Milano-Como: dove incomincia Como? Dove termina l'autostrada per Como! Strada Milano-Pavia: finisce la strada dove incomincia Pavia. Il fine è la prima cosa che si ha presente: quando incominciano a fare una strada, la cosa che hanno presente è il fine, il destino (e Pavia). poi fanno la strada, lavorano, lavorano, lavorano... giungono a Pavia: termina al lavoro! Il destino è alla fine della strada, cioè è al di là dell'ultimo passo della strada, è al di là della morte. È ragionevole tutto ciò che ti porta verso il fine, verso il destino; corrisponde al cuore non l'istinto che senti, ma quello che porta tuo cuore verso il suo destino; e quello che porta il tuo cuore verso il suo destino può essere una vita di stenti e di dolore".
VI. L'esperienza della libertà perfetta
A. non è possibile fin d'ora qui.
B. ogni passo verso il destino è un passo verso il destino completo ma non è il destino nella sua espressione totale finale
"Chi amasse il proprio prossimo con tutto se stesso con tutta la sua energia di volontà, con tutta la sua capacità di sacrificio, con tutta la sua affettività insomma, può intravedere di più, immaginare di più come sarà il paradiso, ma non è ancora il paradiso"
C. chi segue il destino ha il centuplo quaggiù e, infine, la vita eterna, cioè il destino
"Centuplo quaggiù vuol dire che amerete cento volte di più la vostra ragazza, amerete cento volte di più il vostro ragazzo, amerete cento volte di più il papà e la mamma, amerete cento volte di più i vostri compagni di scuola...Perciò chi mi segue, chi segue il destino, chi tende al destino avrà il destino, raggiungerà il suo destino e avrà anche il centuplo quaggiù".
VII. Libertà e grazia
A. l'esperienza della libertà, quando si guarda ad una creatura in rapporto al suo destino, quando si aderisce a ciò che spinge verso il giusto ed il bene, è un atto nostro
"Capisci che è tuo, tant'é vero che, magari avresti la tentazione di guardarla [una creatura] in un altro modo e non la guardi in un altro modo, perché giudichi e dici: «Beh, in un altro modo...e dopo?»
B. la grazia è ciò che permette questa libertà: un complesso di indizi, stimoli buoni, che sono già dentro di noi
"è una grazia avere una certa istintiva ripugnanza al grossolano, è una grazia avere imparato il Padre nostro, è una grazia aver trovato una certa compagnia, è una grazia essersi sentiti dire «Vieni», una grazia incomparabile..."
C. è sempre una grazia che sostiene nel momento della scelta: pertanto, la libertà consiste nel domandare a Cristo la grazia che ti illumini e sostenga
"...più che dire: «Cristo, lascia fare a me: ci penso io, quando viene il momento faccio io». Questa presunzione ti costerebbe cara"
VIII. Esistenzialmente è impossibile vivere la libertà
"...l'uomo è preda dell'ambiente in cui vive ed è soltanto un intervento stupefacente di Dio che può salvare un individuo dall'ambiente, dal tipo facciale e mentale, dalle abitudini normali dell'ambiente in cui vive"
IX. La compagnia come richiamo vicendevole al destino, allo scopo o all'allegria, o alla letizia, o alla purità delle cose, ti aiuta ad agire con libertà, ti fa capire di più cosa è la libertà
"«Sai, Anna, io non ho capito bene questa cosa qui della linea larga e della linea stretta...Come faccio a scegliere la riga più in alto a sinistra che è più stretta?» Allora lei ti spiega perché il disegno non è perfetto...e spiegandoti, l'idea di libertà ti prende di più. E' così che si impara. Dopo anni di questa compagnia uno è diverso, è diverso dagli altri: al lavoro, è diverso dagli altri, a scuola, è diverso dagli altri, all'università è diverso dagli altri, in famiglia diventa diverso dagli altri. Capisce, ragiona, sente, opera, prende le cose in un modo diverso dagli altri. E' un uomo -- direbbe San Paolo -- è un uomo nuovo"
X. Ci vuole tempo perché il passo dello sviluppo della vita è infinitesimale
"Così in queste cose, coi mesi e con gli anni, imparerete; se si segue: tutti quelli che sono venuti e a un certo punto hanno detto: «Sì, lei avrà anche ragione, ma io sono stufo, vado via», non hanno più imparato. Chi è rimasto ha imparato. E' terribile questa cosa: chi sta impara, diventa se stesso; chi non sta perde se stesso".
XI. Ogni creatura è riflesso della ricchezza di Dio, dell'infinita perfezione del Mistero, quindi si è attratti da tutte le parti
"... quanta più sensibilità hai, tanto più sei strappata da tutte le parti: dal grande, dal piccolo, da ciò che ti pigia davanti, da ciò che ti schiaccia, che ti urta di dietro... da tutte le parti"
A. il problema è come si fa sapere quello che dobbiamo scegliere in un determinato momento
B. il criterio è la tua vocazione: sei obbligata a scegliere quello che Dio ti indica come utile -- se non necessario -- al compito vocazionale che ti ha affidato
"Per esempio, se hai la vita dedicata al Signore e fai la professoressa di scienze a scuola, la tua vocazione è quella di dedicarti al Signore totalmente, facendo anche l'insegnante di scienze a scuola. Se sei insegnante di scienze, dovrà spiegare l'ago di pino il meglio che puoi. Perciò è la tua vocazione, che stabilisce che tu debba interessarti del l'ago di pino invece che avere la fortuna e la grazia di interessarti, come la professoressa Vera, di Mozart o di Beethoven, da far studiare. Non c'è altro da rispondere: attraverso le circostanze, se tu sei disponibile come animo e attenta come animo a Dio, Lui ti fa vedere quello che è utile o meglio per la tua vocazione, compreso il tuo lavoro, perché il lavoro è parte integrante della vocazione".
XII. La libertà è il favorire la disponibilità intellettuale, affettiva e creativa a percepire e a corrispondere alla Presenza che ha dettato il tuo inizio e che, qualunque cosa guardi al mondo e in qualunque condizione tu sia, per qualunque giornata tu ti alzi, anche la giornata del peggior esame, è tenuta presente
"... nessuno può dire: uno ti ha legato per il collo e ti ha tratto. No! Se sei qui è perché qualcosa ti ha percosso debolmente, ma ti ha percosso. E ti ha percosso attraverso un presentimento di eccezionalità o, come dice la Bibbia, una promessa di felicità"
XIII. Gesù Cristo c'entra in tutti i rapporti, i beni con i quali l'uomo entra in relazione
"Cristo non è nient'altro che l'incarnarsi...che l'infinito diventi carne vuol dire che l'infinito entra nell'unica grande esperienza della storia, che è la realtà dell'Essere, la realtà del Mistero, vissuta dall'uomo, con la misura umana. Perciò, in tutte le cose, tu trovi il riverbero concreto di Cristo. Perché di che cosa tu sei fatto? Di che cosa un albero di pino è fatto? Di che cosa è fatto un uccellino? «Tutto in Lui consiste.»"
XIV. Cristo è il fattore generativo di tutta la storia dell'umanità, incidente su tutto lo sviluppo della storia, tant'è vero che San Paolo non mette in paragone con tutto: «Tutto in Lui consiste».
XV. È un'altra mentalità, un altro mondo
"Un mondo dove Dio sia uomo, sia presente e mangi alla stessa mensa con me -- Eucarestia -- è un altro mondo. È un altro mondo; soltanto che questo mondo è vero e quell'altro è falso, tant'è vero che tutto quello che dice e non mantiene: «hanno orecchi e non odono, hanno occhi e non vedono, hanno bocca e non parlano»; non mantengono nessuna delle promesse che fanno"
XVI. La libertà è completa quando raggiunge la meta; prima è imperfetta, è tutta tesa a raggiungere il destino, a completarsi
XVII. il valore del cammino
A. serve per capire se è vero il tuo riconoscimento di volere lo scopo, il tuo amore allo scopo, la tua capacità di usare la libertà per questo scopo: si chiama prova
B. è un segno di affezione da parte di Dio
"Una pianta già confezionata è una pianta artificiale; una pianta , per non essere artificiale, deve venire su dalla terra, adagio, secondo tutte le sue leggi. Così, per non essere superficiale o fittizia, la felicità dell'uomo deve nascere anche dalla sua libertà: dalla sua libertà e dalla mano di Dio...Immaginate un papà che viene a casa dal lavoro...e la moglie gli ha lasciato tra i piedi il bambino più piccolo che ha quattro anni...vuole aiutare il papà a portare il fieno: il papà ha addosso la gerla piena di fieno, il piccolino ha la sua manciatina di fieno e, tutto tronfio, segue il papà, ma il papà ci impiega tre ore di più. Così Dio, ma è un'osservazione di San Pietro: Dio ha pazienza per provare la libertà di ognuno di voi"
XVIII. il lavoro e l'obbedienza
A. il valore della vita non è il lavoro ma l'obbedienza alla volontà di Dio
B. la volontà di Dio implica, come fattore normale, il lavoro
C. quale lavoro? Quello che il Padre farà trovare.
1. non lasciandolo cercare agli altri ma cercandolo noi con l'aiuto di tutti
2. fin quando non si riesca a trovare il lavoro che piace, è amore e obbedienza al Padre prendere anche il lavoro che esprime di meno e piace di meno
"...monsignor Manfredini, arcivescovo di Bologna, mio compagno... quando ha detto Messa, l'hanno mandato in un buco appena fuori Milano, e lui faceva una gran fatica, era scoraggiato...un uomo di questo genere avrebbe guidato una grande Chiesa benissimo...e gli hanno dato una parrocchietta di seconda mano, di poche centinaia di abitanti, che sua madre quando mi ha visto si è messa a piangere...E lui ha accettato questo, ha accettato questo, dando grande esempio. Se non accettava quello, magari non diventava arcivescovo di Bologna. Il problema numero uno è l'obbedienza..."
D. in sintesi
1. il lavoro è fondamentale per una concezione cristiana di una vita dedicata a Dio
"Senza lavoro un individuo si rattrappisce e mente alla sua stessa vita. Se, per esempio, un individuo, cercando lavoro per mesi non riesce a trovarlo, nel frattempo prenda quello che gli può capitare tra le mani: invece che lavorare tre mesi di fila potrà lavorare tre settimane di fila, o una settimana su tre mesi"
2. quindi tutti cerchino un posto di lavoro
"... non può essere semplicemente l'individuo che non ha lavoro a doversi sbracciare; è tutta la compagnia che dovrà interessarsi perché abbia lavoro...non è un rimprovero a loro: è la sottolineatura di un'urgenza che deve trovare loro in prima fila a mobilitare se stessi, la casa e tutti gli amici perché lo svolgimento della loro vita contempli e contenga anche questo impegno inevitabile per essere quel che Dio vuole"
3. un posto di lavoro vale anche se non è secondo i propri gusti
"Necessità del lavoro. Per nulla affatto necessità prevalente di quel che pare e piace a sé, anche se innanzitutto si deve cercare qualcosa che piace. Perché innanzitutto si deve cercare qualcosa che piace? perché se ti piace è -- a priori -- un invito più pressante, più immediato che Dio ti dà. E se ti piace, probabilmente, renderai di più, renderesti di più, ma queste condizioni ottimali non sono affatto necessarie.
...Il mio preside di facoltà... mi ha regalato un libro... descriveva la malattia di un diacono, una malattia durata venticinque anni, in cui il lavoro consisteva nella coscienza con cui giorno per giorno cercava di vivere la sua malattia offrendola a Dio in remissione per il mondo. Questo è un lavoro. Perché il lavoro è l'applicazione alla realtà, che resta così più dinamizzata verso il suo destino, della coscienza e dell'affettività e dell'operosità costruttiva dell'uomo che vive la fede. "
XIX. Libertà e possesso
A. Libertà è capacità di adesione: c'è tanta più libertà quanto più uno possiede l'essere, possiede la realtà
B. possedere vuol dire entrare in rapporto a livello dell'essere con un'altra cosa
C. aderire alla realtà, che è un atto di ragione, vuol dire affermarla: è l'inizio del possederla
1. è un modo diverso che aderirvi fisicamente; questo è un aspetto esteriore, è solo un aspetto del possesso
2. l'affermazione della realtà è possesso, perché tu in questo modo affermi e spieghi che cosa sia quella realtà, la capisci, ne puoi usare secondo la tua capacità di rendimento e, se è una persona, la ami
"Non è padronanza il rapporto fisico: non puoi penetrare una pesona fino alla radice dell'anima, mentre se la guardi o se la pensi quando è lontana, la possiedi fino alla radice dell'anima. L'uomo ha un modo di possedere che da una parte tocca quello dell'animale e dall'altra tocca...il possesso di Dio. Dio possiede i sassi e la terra e ogni foglia e ogni passero che cade e ogni fiore del campo...Ma non perché è addosso al fiore del campo, è dentro lì. Il possesso dell'uomo è simile a quello di Dio"
XX. l'alternativa a Cristo è il niente
A. Cristo è venuto per educare al senso religioso, a capire, a riconoscere che c'è uno scopo ultimo a tutto l'andamento delle cose
1. lo scopo ultimo è Dio
2. la libertà secondo Cristo è l'adesione all'Essere, al Mistero, perciò la vita è tutta positività, anche il male è fatto per un positivo
B. se come ipotesi di lavoro invece che Cristo prendi l'anti-Cristo
1. prendi qualcosa che non aderisce niente
2. la libertà non è adesione all'essere, perciò la vita è male
"... anche il bene diventa male perché, alla fin fine, diventa cenere, si incenerisce anche lui, è inutile che ti ci impegni..."
XXI. la coscienza del destino
A. la coscienza del destino è scegliere ciò che emerge, sia pure confusamente, come migliore, come più utile
B. la coscienza chiara del destino non è necessaria perché tu cammini verso la verità del tuo destino
C. si possono scegliere le cose che portano verso il destino anche solo per affermare un'ipotesi positiva
"... anche semplicemente per il terrore che «senza questo cosa ti rimane?»...San Pietro: «Signore, se andiamo via da te, dove andiamo? Tu solo hai parole che spiegano la vita». Perché, se tu elimini l'ipotesi positiva, ti rimane l'ipotesi negativa... Questa seconda non è mai razionale, perché non spiega, non è mai ragione comprensiva di tutto. Affermare l'aspetto negativo, una soluzione negativa, non è mai razionalità, mai, perché la ragione è coscienza della realtà secondo tutti i fattori che la convogliano al suo destino. Se un bambino -- ho già accennato questo paragone -- diventato grande si trova di fronte all'ipotesi: «Ma mia madre è morta veramente durante la guerra o c'è ancora?» (perché ha degli elementi per poter dubitare), per poterla eventualmente trovare deve usare un'ipotesi positiva; con ipotesi negative non si viene a capo di nulla, non si scoprirebbe niente, non avanzerebbe la scienza, non avanzerebbe la tecnica"
XXII. La dinamica della libertà senza Cristo sarebbe impossibile
"sarebbe una cosa che uno sentirebbe giusta, più naturale, ma non avrebbe gli elementi per una sicura chiarezza, non avrebbe soprattutto l'elemento fondamentale, cioè il coraggio di affermarla"
XXIII. La necessità di un'ipotesi positiva e non un'ipotesi negativa è la più grave questione di metodo che si possa citare
"... in quarta ginnasio è arrivato un discepolo di Enrico Fermi, anzi il suo discepolo prediletto, un certo Don Borghi. Nel primo compito che ci diede... mise un problema irrisolvibile: nello svolgimento avremmo dovuto dimostrare che era irrisolvibile. Tutti noi, istintivamente, siamo partiti con l'ipotesi positiva, perciò tutti l'abbiamo risolto! La volta dopo ha detto: «State attenti che il problema irrisolvibile è il primo, lo dovete dimostrare». Tutti hanno preso 4, perché nessuno era sicuro di aver svolto bene il problema...Mi capite? Partire con l'ipotesi negativa ti impedisce di risolvere; tant'è vero che là dove si parte con l'idea negativa che la vita è senza senso, manca la vita, viene meno la vita: i bambini non ci sono più... È soltanto l'affermazione certa di una positività ultima che permette all'uomo di affrontare i problemi, di riscoprire e riaffrontare tutti problemi e di tendere a risolverli fino a quando ha trovato la soluzione"
XXIV. Differenza tra l'ipotesi negativa che blocca e il temperamento malinconico che viene definito positivo nel libro di Scuola di Comunità
A. il temperamento malinconico è positivo
1. perché consente di capire il limite delle cose
2. dunque che le cose sono fatte sostenute da un altro
3. e quindi ti spinge alla ricerca di qualcosa d'altro
B. l'ipotesi negativa invece è una malinconia, una tristezza che dice «Tutto è niente...»
"Come certe persone che poi ti stanno sullo stomaco, perché vengono lì, per consolarsi da te e tu dici loro: «Ma no, guarda e ci sono anche le cose buone...», e loro: «No, tutto è niente... non val la pena niente»; ma «Allora vattene a casa tua!» "
XXV. Destino e circostanze: desiderio di vita e situazione che va verso la morte
A. il destino è per la vita, le circostanze possono essere per la morte ma vince il destino
"Se il tuo destino ti dice: «Sono fatto per la vita», vuol dire che questo è più forte e prevarrà, prevale sul fatto che tu, nelle circostanze in cui sei, debba morire. Vuol dire che c'è qualche cosa d'altro o un'altra posizione, qualcosa d'altro per il quale il destino trionfa, allora tutto è destinato a diventare niente...polvere dentro una tomba, mummia rinsecchita dentro una prigione di trentamila anni"
B. Cristo ci ha chiamati per gridare a tutti la ragione vera, il destino inerente la nostra natura e aiutare la speranza della gente
C. nessuno più insegna questo: per questo il problema della nostra vocazione è gravissimo, e la cosa di cui il mondo ha più bisogno
"Il dramma è che il 99 per cento delle madri non insegna più queste cose ai figli, e per questo non sono madri: madre può essere anche una puledra, se madre vuol dire buttar fuori dal ventre qualcosa; si è madri se si educa al destino. Infatti, se una donna adotta un bambino di due mesi, di tre mesi e se lo tira su insegnandogli a vivere e insegnandogli il valore del destino, la positività della sua vita, quella è veramente sua madre"
XXVI. Il lato positivo della libertà
A. la libertà è il più gran dono di sé che Dio ha fatto all'uomo facendolo simile a se; per cui l'uomo è il signore di se stesso e del creato
B. l'applicazione della libertà è semplicissima basta riconoscere e accettare l'evidente, aderire a una presenza evidente
"Con questa presenza ti scontri: vai fuori dalla porta e ti scontri col naso contro questa presenza... il dinamismo della libertà è una cosa semplicissima, qui sta la sua difficoltà: che è semplice! Tutto il fuoco ostile che tenta di bruciare la libertà è fatto di fiammelle che dicono: «Ma, forse, se, comunque, però», che sono tutte parole che non ti fanno cogliere il reale (il contrario della ragione che è cogliere il reale), che ti tolgono dal reale, che fanno fuoco di fila per sbarrare e impedire il tuo cammino verso la realtà..."

giovedì 7 febbraio 2008

Testi di appoggio della Scuola di Comunità

Condivido alcuni testi, che possono essere di aiuto nella lettura della Scuola di Comunità.
1) Giovanni Battista riconosce Gesù
2) Incontro con Giovanni e Giacomo
3) Giovanni e Giacomo riferiscono a Pietro il loro incontro con il Messia
4) Incontro con Pietro e Andrea
5) Le nozze di Cana
6) Il re del Portogallo
Giorgio Razeto

Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo.
+ Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 1,29-34

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: "Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me". Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell'acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell'acqua mi disse: "Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo". E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Da Maria Valtorta, L'Evangelo come mi è stato rivelato, vol. I, cap. 45, ed. CEV.

Vedo una pianura spopolata di paesi e di vegetazione. [.]

Quella voce intima, che le ho spiegato di udire e che mi indica ciò che devo notare e sapere, mi avverte che io vedo la valle del Giordano. [.]

In mezzo ad essi, in piedi su un masso, un uomo che, per quanto è la prima volta che lo vedo, riconosco subito per il Battista. Parla alla folla, e le assicuro che non è una predica dolce. [.] Parla annunciando il Messia ed esortando a preparare i cuori alla sua venuta estirpando da essi gli ingombri e raddrizzando i pensieri. Ma è un parlare vorticoso e rude. Il Precursore non ha la mano leggera di Gesù sulle piaghe dei cuori. E' un medico che denuda e fruga e taglia senza pietà. Mentre lo ascolto - e non ripeto le parole perché sono quelle riportate dagli evangelisti, ma amplificate in irruenza - vedo avanzarsi lungo una stradicciuola, che è ai bordi della linea erbosa e ombrosa che costeggia il Giordano, il mio Gesù. Questa rustica via, più sentiero che via, sembra disegnato dalle carovane e dalle persone che per anni e secoli l'hanno percorso per giungere ad un punto dove, essendo il fondale del fiume più alto, è facile il guado. Il sentiero continua dall'altro lato del fiume e si perde fra il verde dell'altra sponda.

Gesù è solo. Cammina lentamente, venendo avanti, alle spalle di Giovanni. Si avvicina senza rumore e ascolta intanto la voce tuonante del Penitente del deserto, come se anche Gesù fosse uno dei tanti che venivano a Giovanni per farsi battezzare e per prepararsi ad esser mondi per la venuta del Messia. Nulla distingue Gesù dagli altri. Sembra un popolano nella veste, un signore nel tratto e nella bellezza, ma nessun segno divino lo distingue dalla folla.

Però si direbbe che Giovanni senta una emanazione di spiritualità speciale. Si volge e individua subito la fonte di quell'emanazione. Scende con impeto dal masso che gli faceva da pulpito e va sveltamente verso Gesù, che si è fermato qualche metro lontano dal gruppo appoggiandosi al fusto di un albero.

Gesù e Giovanni si fissano un momento. Gesù col suo sguardo azzurro tanto dolce. Giovanni col suo occhio severo, nerissimo, pieno di lampi. I due, visti vicino, sono l'antitesi l'uno dell'altro. Alti tutte e due - è l'unica somiglianza - sono diversissimi per tutto il resto. Gesù biondo e dai lunghi capelli ravviati, dal volto d'un bianco avoriato, dagli occhi azzurri, dall'abito semplice ma maestoso. Giovanni irsuto, nero di capelli che ricadono lisci sulle spalle, lisci e disuguali in lunghezza, nero nella barba rada che gli copre quasi tutto il volto non impedendo col suo velo di permettere di notare le guance scavate dal digiuno, nero negli occhi febbrili, scuro nella pelle abbronzata dal sole e dalle intemperie e per la folta peluria che lo copre, seminudo nella sua veste di pelo di cammello, tenuta alla vita da una cinghia di pelle e che gli copre il torso scendendo appena sotto i fianchi magri e lasciando scoperte le coste a destra, le coste sulle quali è, unico strato di tessuti, la pelle conciata dall'aria. Sembrano un selvaggio e un angelo visti vicini.

Giovanni, dopo averlo scrutato col suo occhio penetrante, esclama: «Ecco l'Agnello di Dio. Come è che a me viene il mio Signore?».

Gesù risponde placido: «Per compiere il rito di penitenza».

«Mai mio Signore. Io sono che devo venire a Te per essere santificato e Tu vieni a me?».

E Gesù, mettendogli una mano sul capo, perché Giovanni s'era curvato davanti a Gesù risponde: «Lascia che si facci come voglio, perché si compia ogni giustizia e il tuo rito divenga inizio ad un più alto mistero e sia annunciato agli uomini che la Vittima è nel mondo».

Giovanni lo guarda con occhio che una lacrima fa dolce e lo precede verso la riva, dove Gesù si leva il manto e la tunica, rimanendo con una specie di corti calzoncini, per poi scendere nell'acqua dove è già Giovanni, che lo battezza versandogli sul capo l'acqua del fiume, presa con una specie di tazza, che il Battista tiene sospesa alla cintola e che mi pare una conchiglia o una mezza zucca essiccata e svuotata.

Gesù è proprio l'Agnello. Agnello nel candore della carne, nella modestia del tratto, nella mitezza dello sguardo.

Mentre Gesù risale la riva e, dopo essersi vestito si raccoglie in preghiera, Giovanni addita alle turbe testimoniando di averlo conosciuto per il segno che lo Spirito di Dio gli aveva indicato quale indicazione infallibile del Redentore.

Ma io sono polarizzata nel guardare Gesù che prega, e non mi resta presente che questa figura di luce contro il verde della sponda.

[Da L'Evangelo come mi è stato rivelato, vol. I, cap. 45, ed. CEV.]


24 - 11. Isaia Cap. 41-42-43.
Dice Gesù: [infine si comprende che parla il Padre, ndr]

«Davanti a un Dio che incarna parte di Sé stesso per farne salvezza delle sue creature colpevoli, l'Universo trasecola di stupore e si prostra in un silenzio adorante prima di esplodere nel cantico delle sfere e dei mondi, giubilanti per la Perfezione che scende a portare l'Amore al pianeta coperto di peccato.

Il Vincitore, il Figlio mio santo, è venuto ad incalzare le forze del Male, a metterle in fuga ed a portare il patto dell'alleanza e pace fra Dio e uomo.

Egli ancora passa fra voi e non lascia altra orma fuorché quella del suo amore, orma che solo i puri ed onesti di cuore riconoscono e seguono, perché la Pace attira i pacifici, la Misericordia i buoni, la Giustizia i giusti, la Purezza i puri. Egli ancora viene e vi prende per mano e vi dice: "Non temete perché sono venuto in vostro soccorso".

In tutte le vostre necessità, in tutte le vostre pene, in tutte le vostre sventure, a che diffidate? Avete fra voi Colui davanti al cui desiderio il Padre non sa opporre rifiuto, perché il Figlio mio ha superato ogni mio desiderio e devo a Lui giusto compenso.

Se rifletteste, o cristiani, figli del mio Figlio che vi ha generati alla Grazia col suo sacrificio di Uomo e di Dio, se rifletteste a quale sorte vi ho tratti, dovreste non dico adorarmi ed amarmi per tutta la vita, ma amarmi e adorarmi per cento e più vite, se vi fosse concesso di rivivere più vite. Amatemi dunque con un super-amore e amate in uguale misura il mio Verbo che è venuto a darvi la Vita.

Quand'anche foste dei morti, voi tornerete a vivere se credete in Lui; quand'anche foste terre aride e senza vegetazione, vi coprirete di verzura e di fresche acque, poiché dove passa e sosta il Figlio mio santo là scaturisce a fiumi la grazia del Signore e fiorisce il giglio e la rosa, crescono palme ed ulivi e più alte del cedro le virtù nel cuore dell'uomo.

Quando vedete dalla terra corrotta sorgere un santo come fiore da mucchio di putrida paglia, quando da un nulla d'uomo vedete sorgere un atleta di Cristo e brillare una luce là dove erano tenebre, e suonare una voce dove prima era silenzio, e illuminare e istruire in nome di Dio, alzate lo sguardo e l'anima a cercare la potenza [1035] creatrice del prodigio: la mia, che come dal limo ha tratto l'uomo così dall'uomo può trarre il santo, il portatore di Dio, il tabernacolo di Dio, l'arca santa su cui la Gloria mia si riposa e da cui la mia Sapienza parla agli spiriti.

Non temete di accostarvi a Noi che vi amiamo. Non scindete la nostra Unità amando Uno e non gli Altri. Noi ci amiamo e siamo uniti dall'amore. Fate il simigliante.

Il Figlio non deve farvi trascurare il Padre. Egli non lo fa. Egli vi insegna ad amarmi e dalle sue labbra sante ha fatto prorompere la preghiera perfetta al Padre dei Cieli. Il Figlio non deve farvi trascurare lo Spirito Santo. Egli non lo fa. Come sulle soglie della predicazione vi insegna a pregare Me, Padre Santo, così sulle soglie della Passione vi insegna ad amare il Paraclito che sarà l'Illuminatore della Verità insegnata.

Senza il Padre non avreste avuto il Figlio, e senza il Figlio non potreste avere avuto lo Spirito. Senza lo Spirito non potreste comprendere la Parola e senza comprendere la Parola seguire da giusti i suoi dettami e conquistare il possesso del Padre.

Come elissi di luce, le cause e gli effetti vanno da Dio: polo superiore, a voi: polo inferiore, e da voi risalgono a Dio. Non potete porre una frattura nella parabola mistica. Non si spezza l'Unità. Spezzata che sia, con un amore deforme, non potete più risalire senza pericolo alla Perfezione, perché turbate col vostro disordine la scia di Carità che seco trascina come rete divina gli spiriti di coloro che hanno compreso ciò che è Dio e non amano Dio, Spirito perfetto, altro che con amore da cui 1'umanità è esclusa.

Non ascoltate voci false che vi dicono una dottrina disforme a quella che il mio Figlio ha portato. E come possono questi banditori di "verbi nuovi" dire parole di Vita se la Vita non è in loro, se sono più falsi dei simulacri degli dèi bugiardi? Non fatevi di essi degli dèi: è abominio farsi credere tali ed è abominio il crederlo. Uno solo è Dio: Io e Colui che Io ho mandato, che si incarnò per l'Amore. Gli altri sono degli iniqui venduti a Satana a venditori di voi al Serpente maledetto.

Guardate al santo Figlio mio, al mio Cristo ubbidiente come servo, Lui l'Eterno mio pari, per amore al Padre. Egli è Colui che ha levato l'amarezza dal seno mio e mi ha ricongiunto i figli che s'erano da Me staccati. Il mio spirito è in Lui, perché Io sono uno con Lui che si fa ministro del Pensiero del Padre. Confrontatelo ai vostri bugiardi "messia" e vedete quanto è dolce e perfetto il mio Figlio, l'Atteso delle genti, il Salvatore del mondo.

In Lui, pieno di ogni virtù portata alla perfezione, risiedono Giustizia e Misericordia, ma poiché è mite e santo non impone, non grida, non minaccia ed opprime. Il Primogenito di voi tutti, il Consacrato ab eterno al Signore, parla con la voce del suo amore, insegna con l'esempio e redime col suo sacrificio. È come tiepida acqua che scende dai cieli in aprile per detergere e ravvivare fiori e zolle e portare la vita là dove le bufere hanno strappato le fronde. È come luce che scende a mostrare la via, ed è così placida che non vi accorgete di essa fuorché quando è da voi perduta. È come voce che chiama per condurre alla Verità, e non vi è sul suo labbro parola dura per le miserie dell'uomo.

Ha lasciato l'abbraccio del Padre per farsi ambasciatore a voi della mia Legge e ha immolato Se stesso a vita oscura e a tragica morte perché al patto di alleanza fra la umanità a Dio fosse posto un sigillo [1039] che nessuna forza leva: il suo Sangue che sta come splendida firma ai piedi del trattato di perdono.

Ha usato della sua indistruttibile potenza di Dio, non annullata nella sua nuova veste d'uomo, non per regnare ma per farvi regnare: sul male, sulle malattie, sulla morte. Ha usato della sua Sapienza non per schiacciarvi ma per elevarvi. Ha fatto di Se stesso moneta di riscatto, strada, ponte, per farvi superare gli ostacoli che vi precludevano il Cielo e acquistarvi il Cielo.

Ed Io ho dovuto aggravare su Lui, l'Innocente, la mano, perché infinite erano le vostre colpe passate, presenti e future, e infinito doveva essere il sacrificio offerto per annullarle. Potete voi misurare questa massa di sacrificio? No, non lo potete. Solo Io che sono Dio posso saperla. Io solo conosco le sofferenze della mia divina Creatura.

Non guardate al supplizio materiale durato poche ore. Non solo in quell'ora il Verbo sofferse. Per i secoli dei secoli nella sua beatitudine di Dio si è mescolato l'indescrivibile fiume di angoscia del suo dolore. Dolore per le offese al Padre suo amatissimo, dolore per i dispregi alle luci del Paraclito, dolore per le offese al Verbo inutilmente portato alle folle, dolore per le colpe future che avrebbero posato i loro luridi piedi sulla santità del suo Io santissimo, dolore per l'inutilità del suo sacrificio per molta parte di viventi.

Non guardate ai flagelli, alle spine, ai chiodi con cui fu martirizzata la Carne dai ciechi di allora. Guardate agli spirituali tormenti che voi date al mio Santo con le vostre resistenze al suo supplicare.

E chi più sordi e ciechi di voi? Voi non avete rotti timpani e pupille, ma rotto lo spirito, per cui la Legge sublime che il mio Figlio è venuto a portarvi, e tuttora vi porta, non penetra in voi, o se vi penetra subito ne esce come da crivello sfondato.

Onde, a frutto di questa vostra deformità spirituale di cui siete i volontari autori, avete le guerre atroci nelle quali, oltre che vite e sostanze, perdete sempre più l'amore e perciò perdete sempre più Dio.

Ma voi non tutti siete dei lebbrosi e degli insatanassati. Fra voi, rari come perle nel seno delle ostriche, sono i fedeli di mio Figlio e miei. Ad essi dico: "Rimaneteci fedeli ed Io vi giuro che sarò con voi. Siate i banditori del mio Verbo e i testimoni della Giustizia, della Misericordia, della Santità nostra. In questa vita ci avrete vicino e nell'altra ci sarete vicini e vedrete le opere della Divinità. Quando Colui a cui ho deferito ogni giudizio verrà a dividere la messe dal loglio e a benedire gli agnelli maledicendo gli aspidi e gli arieti, voi sarete intorno a Lui, ruote di luce festante intorno alla Luce tremenda e regale della Divinità incarnata. Voi sarete il nuovo popolo di Dio, il popolo eterno su cui il mio benedetto e santissimo Figlio regnerà, e ne annunzierete alle stelle e ai pianeti le lodi poiché tutto ciò che è stato fatto fu fatto per fare trono alla Vittima, all'Eroe, al Santo su cui non è macchia e su cui si posa la compiacenza del Padre, e astri e pianeti devono, nell'ora del suo trionfo, fare tappeto di gemme al Re del mondo che passa seguito dal suo corteo di santi per entrare nella Gerusalemme eterna, quando avrà avuto termine questa vicenda della creazione con la distruzione della Terra e il Giudizio delle Genti".»

In principio a questo dettato ho scritto: "Dice Gesù". Ma, come lei vede, è qui il Padre Santissimo che parla celebrando il Figlio.

[dai Quad. del 43, ed. CEV]

Rif. Scuola di Comunità “Si può vivere così?” pag. 43, Cap. I – La Fede

+ Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 1, 35-39

35 Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli 36 e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». 37 E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. 38 Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?». 39 Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio.


L'incontro con Giovanni e Giacomo
Da Maria Valtorta, L'Evangelo come mi è stato rivelato, vol. I, cap. 47, ed. CEV.

25 febbraio 1944.
Vedo Gesù che cammina lungo la striscia verde che costeggia il Giordano. È tornato su per giù al posto che ha visto il suo battesimo. Presso il guado che pare fosse molto conosciuto e frequentato per passare all'altra sponda verso la Perea. Ma il luogo, dianzi tanto affollato di gente, ora appare spopolato. Solo qualche viandante, a piedi o a cavallo di asino cavalli, lo percorre. Gesù pare non accorgersene neppure. Procede per la sua strada e salendo a nord, come assorto nei suoi pensieri.
Quando giunge all'altezza del guado incrocia un gruppo di uomini di età diverse, che discutono animatamente tra loro e che poi si separano, parte andando verso sud e parte risalendo a nord. Fra quelli che si dirigono a nord vedo esservi Giovanni e Giacomo.
Giovanni vede per primo Gesù e lo indica il fratello e compagni. Parlano fra loro per un poco e poi Giovanni si dà a camminare velocemente per raggiungere Gesù. Giacomo lo segue più piano. Gli altri non se ne occupano. Camminano lentamente, discutendo.
Quando Giovanni è presso a Gesù, alle sue spalle, lontano appena un o due o tre metri, grida: «Agnello di Dio che levi i peccati del mondo!».
Gesù si volge e lo guarda. I due sono a pochi passi l'uno dall'altro. Si osservano. Gesù col suo aspetto serio e indagatore. Giovanni col suo occhio puro e ridente nel bel viso giovanile che pare di fanciulla. Gli si danno sì e no vent'anni, e sulla gota rosata non vi è altro segno che quello di una peluria bionda, che pare una velatura d'oro.
«Chi cerchi?», gli chiede Gesù.
«Te, Maestro».
«Come sai che sono maestro?».
«Me lo ha detto il Battista».
«E allora perché mi chiami Agnello?».
«Perché ti ho udito indicare così da lui un giorno che Tu passavi, poco più di un mese fa».
«Che vuoi da Me?».
«Che Tu ci dica le parole di vita eterna e che ci consoli».
«Ma chi sei?».
«Giovanni di Zebedeo sono, e questo è Giacomo mio fratello. Siamo di Galilea. Pescatori siamo. Ma siamo pure discepoli di Giovanni. Egli ci diceva parole di vita e noi lo ascoltavamo, perché vogliamo seguire Dio e con la penitenza meritare il suo perdono, preparando le vie del cuore alla venuta del Messia. Tu lo sei. Giovanni l'ha detto, perché ha visto il segno della Colomba posarsi su Te. A noi l'ha detto: "Ecco l'Agnello di Dio". Io ti dico: Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, dacci la pace, perché non abbiamo più chi ci guidi e l'anima è turbata».
«Dove è Giovanni?».
«Erode l'ha preso. In prigione è, a Macheronte. I più fedeli fra i suoi hanno tentato di liberarlo. Ma non si può. Torniamo di là. Lasciaci venire con Te, Maestro. Mostraci dove abiti».
«Venite. Ma sapete cosa chiedete? Chi mi segue dovrà tutto lasciare: e casa, e parenti, e modo di pensare, e vita anche. Io vi farò i miei discepoli i miei amici, se volete. Ma Io non ho ricchezze e protezioni. Sono, e più lo sarò, povero sino a non avere dove posare il capo e perseguitato più di sperduta pecora dai lupi. La mia dottrina è ancor più severa di quella di Giovanni, perché interdice anche il risentimento. Non tanto all'esterno si volge, quanto allo spirito. Rinascere dovrete se volete essere miei. Lo volete voi fare?».
«Sì, Maestro. Tu solo hai parole che ci danno luce. Esse scendono e, dove era tenebra di desolazione perché privi di guida, mettono chiarore di sole».
«Venite, dunque, e andiamo. Vi ammaestrò per via».

Dice Gesù:
«Il gruppo che mi aveva incontrato era numeroso. Ma uno solo mi riconobbe. Colui che aveva anima, pensiero e carne limpidi da ogni lussuria.
Insisto sul valore della purezza. La castità è sempre fonte di lucidità di pensiero. La verginità affina, poi, e conserva la sensibilità intellettiva ed affettiva a perfezione, che solo chi è vergine prova.
Vergine si è in molti modi. Forzatamente, e questo specie per le donne, quando non si è stati scelti per nozze di sorta. Dovrebbe esserlo anche per gli uomini. Ma non lo è. E ciò è male, perché da una gioventù anzitempo sporcate dalla libidine non potrà che venire un capofamiglia malato nel sentimento e sovente anche nella carne.
Vi è la verginità voluta, ossia quella di coloro che si consacrano al Signore in uno slancio dell'animo. Bella verginità! Sacrificio gradito a Dio! Ma non tutti poi sanno permanere in quel loro candore di giglio che sta rigido sullo stelo, teso al cielo, ignaro del fango del suolo, aperto solo al bacio del sole di Dio e delle sue rugiade.
Tanti restano fedeli materialmente al voto fatto. Ma in fedeli col pensiero che rimpiange e desidera ciò che ha sacrificato. Questi non sono vergini che a metà. Se la carne è intatta, il cuore non lo è. Fermenta, questo cuore, ribolle, sprigiona fumi di sensualità, tanto più raffinata e riprovata quanto più è creazione del pensiero che accarezza, pasce, e aumenta continuamente immagini di appagamenti illeciti anche a chi è libero, più che illeciti a chi è votato.
Viene allora l'ipocrisia del voto. L'apparenza c'è, ma la sostanza manca. Ed in verità vi dico che, fra gli viene a Me con il giglio spezzato dall'imposizione di un tiranno e chi vi viene con il giglio non materialmente spezzato, ma sbavato dal rigurgito di una sensualità accarezzata e coltivata per empire di essa le ore di solitudine, Io chiamo "vergine" il primo e "non vergine" il secondo. E al primo do corona di vergine e duplice corona del martirio per la carne ferita e per il cuore piegato dalla non voluta mutilazione.
Il valore della purezza è tale che, tu lo hai visto, Satana si preoccupo per prima cosa di convincermi all'impurità. Esso sa bene che la colpa sensuale smantella l'anima e la fa facile preda alle altre colpe. La cura di Satana si è volta a questo punto capitale per vincermi.
Il pane, la fame sono le forme materiali per l'allegoria dell'appetito, degli appetiti che Satana sfrutta ai suoi fini. Ben altro è il cibo che esso mi offriva per farmi cadere come ebbro ai suoi piedi! Dopo sarebbe venuta la gola, il denaro, il potere, l'idolatria, la bestemmia, l'abiura della Legge divina. Ma il primo passo per avermi era questo. Lo stesso che usò per servire Adamo.
Il mondo schernisce i puri. I colpevoli di impudicizia li colpiscono. Giovanni Battista è una vittima della lussuria di due osceni. Ma se il mondo ha ancora un poco di luce, ciò si deve ai puri del mondo. Sono essi i servi di Dio e sanno capire di io e ripetere le parole di Dio. Io ho detto: "Beati i puri di cuore perché vedranno Dio". Anche dalla Terra. Essi, ai quali il fumo del senso non turba il pensiero, "vedono" Dio e l'odono e lo seguono, e il additano agli altri. Giovanni di Zebedeo è un puro. È il puro fra i miei discepoli. Chi anima di fiore in un corpo d'angelo! Egli mi chiama con le parole del suo primo maestro e mi chiede di dargli pace. Ma la pace l'ha in sé per la sua vita pura, ed Io l'ho amato per questa sua purezza, alla quale ho affidato gli insegnamenti, i segreti, la Creatura più cara che avessi.
È stato il mio primo discepolo, il mio amante dal primo istante che mi vide. La sua anima si era fusa con la mia sin dal giorno che mi aveva visto passare lungo il Giordano e mi aveva visto indicare dal Battista. Se anche non m'avesse incontrato di poi, al ritorno dal deserto, mi avrebbe cercato tanto da riuscire a trovarmi, perché chi è puro è umile e desideroso di istruirsi nella scienza di Dio e viene, come va l'acqua al mare, verso quelli che riconosce maestri nella dottrina celeste».

Dice ancora Gesù:
«Non ho voluto che tu parlassi sulla tentazione sensuale del tuo Gesù. Anche se la tua interna voce che aveva fatto comprendere il movente di Satana per attirarmi al senso, ho preferito parlarne Io. E non vi pensare oltre. Era necessario parlarne. Ora passa avanti. Il fiore di Satana lascialo sulle sue sabbie. Vieni dietro a Gesù come Giovanni. Camminerai fra le spine, ma troverai per rose le stille di sangue di Chi le sparse per te, per vincere anche in te la carne.
Prevengo anche un'osservazione. Dice Giovanni nel suo Vangelo, parlando dell'incontro con Me "E il giorno seguente". Sembra perciò che il Battista mi indicasse il giorno seguente al battesimo e subito Giovanni e Giacomo mi seguissero. Cosa che contrasta con quanto dissero gli altri evangelisti circa i quaranta giorni passati nel deserto. Ma leggete così: "(Avvenuto ormai l'arresto di Giovanni) uno giorno in seguito i due discepoli di Giovanni Battista, ai quali egli mi aveva indicato dicendo: "Ecco l'agnello di Dio", rivedendomi, mi chiamarono e mi seguirono". Dopo il mio ritorno dal deserto.
E insieme tornammo sulle rive del lago di Galilea, dove Io avevo preso rifugio per iniziare da lì la mia evangelizzazione, e i due parlarono di Me - dopo essere stati con Me per tutto il cammino e per un'intera giornata nella casa ospitale di un amico di casa mia, del parentado - agli altri pescatori.
Ma l'iniziativa fu di Giovanni, al quale la volontà di penitenza aveva reso l'anima, già tanto limpida per la sua purezza, Un capolavoro di limpidità su cui la Verità si rifletteva nitidamente, dandogli anche la santa audacia dei puri e dei generosi, che non temono mai di farsi avanti dove vedono che vi è Dio, la verità è dottrina e via di Dio. Quanto l'ho amato per questa sua semplice ed eroica caratteristica!».


Giovanni e Giacomo riferiscono a Pietro il loro incontro con il Messia
Da Maria Valtorta, L'Evangelo come mi è stato rivelato, vol. I, cap. 48, ed. CEV.

12 ottobre 1944.
Una serenissima aurora sul mare di Galilea. Cielo e acqua hanno bagliori rosati, di poco dissimili a quelli che splendono miti fra i muri dei piccoli orti del paesello lacustre, da cui si elevano e si affacciano, quasi rovesciando sulle viuzze, chiome spettinate e vaporose di alberi da frutto.
Il paesello si desta appena, con qualche donna che va alla fonte o a una vasca a lavare, e con dei pescatori che scaricano le ceste di pesce e contrattano vociando con dei mercanti venuti da altrove, o che portano del pesce alle case loro. Ho detto paesello, ma non è tanto piccolo. È piuttosto umile, almeno nell'atto che vedo io, ma vasto, steso per la più parte lungo il lago.
Giovanni sbuca da una stradetta e va frettoloso verso il lago. Giacomo lo segue, ma molto più calmo. Giovanni guarda le barche già aggiunte a riva, ma non vede quella che cerca. La vede ancora a qualche centinaio di metri dalla riva, intenta alle manovre per rientrare, e grida forte, con le mani alla bocca, un lungo «Oh-è!» che deve essere il richiamo usato. E poi, quando vede che lo hanno sentito, si sbraccia in grandi gesti che accennano: «Venite, venite».
Gli uomini della barca, credendo chissà che, danno di piglio ai remi, e la barca va più veloce che con la vela, che essi ammainano, forse per fare più presto.Quando sono a un dieci metri da riva, Giovanni non attende oltre. Si leva il mantello e la veste lunga e li butta sul greto, si scalza i sandali, si alza la sottoveste, tenendo la raccolta con una mano quasi all'inguine, e scende nell'acqua incontro a quelli che arrivano.
«Perché non siete venuti, voi due?», chiede Andrea. Pietro, imbronciato, non dice nulla.
«E tu, perché non sei venuto con me Giacomo?», risponde Giovanni ad Andrea.
«Sono andato a pescare. Non ho tempo da perdere. Tu sei scomparso con quell'uomo...».
«Ti avevo fatto cenno di venire. È proprio Lui. Se sentissi che parole!... Siamo stati con Lui tutto il giorno e la notte sino a tardi. Ora siamo venuti a dirvi: "Venite"».
«È proprio Lui? Ne sei certo? Lo abbiamo appena visto allora, quando ce lo indicò il Battista».
«È Lui. Non lo ha negato».
«Chiunque può dire ciò che gli fa comodo per imporsi e creduloni. Non è la prima volta...», borbotta Pietro malcontento.
«Oh! Simone! Non dire così! È il Messia! Sa tutto! Ti sente!». Giovanni è addolorato e costernato dalle parole di Simon Pietro.
«Già! Il Messia! E si mostra proprio a te, a Giacomo e ad Andrea! Tre poveri ignoranti! Vorrà ben altro il Messia! E mi sente! Ma, povero ragazzo! I primi soli di primavera ti hanno fatto male. Via, vieni lavorare. Sarà meglio. E lascia le favole».
«È il Messia, ti dico. Giovanni diceva cose sante, ma questo parla da Dio. Non può, chi non è il Cristo, dire simili parole».
«Simone, io non sono un ragazzo. Ho i miei anni e sono calmo e riflessivo. Lo sai. Poco ho parlato, ma ho molto ascoltato in queste ore che siamo stati con l'Agnello di Dio, e ti dico che veramente non può essere che il Messia. Perché non credere? Perché non volerlo credere? Tu lo puoi fare, perché non lo hai ascoltato. Ma io credo. Siamo poveri e ignoranti? Egli ben dice che è venuto per annunziare la Buona Novella del Regno di Dio, del Regno di Pace ai poveri, agli umili, ai piccoli prima che grandi. Ha detto: "I grandi hanno già le loro delizie. Non invidiabili delizie rispetto a quelle che Io vengo a portare. I grandi hanno già modo di giungere a comprendere per sola forza di cultura. Ma Io vengo ai 'piccoli' di Israele e del mondo, a coloro che piangono e sperano, a coloro che cercano la Luce ed hanno fame della vera Manna, né vien dai dotti data a loro luce e cibo, ma solo pesi, oscurità, catene e sprezzo. E chiamo i 'piccoli'. Io sono venuto a capovolgere il mondo. Perché abbasserò ciò che ora in alto è tenuto ed alzerò ciò che ora è sprezzato. Chi vuole verità e pace, chi vuole vita eterna venga a Me. Chi ama la Luce venga. Io sono la Luce del mondo". Non ha detto così, Giovanni?». Giacomo ha parlato con pacata ma commossa maniera.
«Sì. E ha detto: "Il mondo non mi amerà. Il gran mondo, perché si è corrotto con vizi e idolatriaci commerci. Il mondo anzi non mi vorrà. Perché il figlio della Tenebra, non ama la Luce. Ma la Terra non è fatta solo del gran mondo. Vi sono in essa coloro che, pur essendo mischiati nel mondo, del mondo non sono. Vi sono alcuni che sono del mondo perché vi sono stati imprigionati come pesci nella rete", ha detto proprio così, perché parlavamo sulla riva del lago ed Egli accennava delle reti che venivano trascinati a riva con i loro pesci. Ha detto, anzi "Vedete. Nessuno di quei pesci voleva cadere nella rete. Anche gli uomini, intenzionalmente, non vorrebbero cadere preda di Mammona. Neppure più malvagi, perché questi, per la superbia che li acceca, non credono di non aver diritto di fare ciò che fanno. Il loro vero peccato è la superbia. Su esso nascono tutti gli altri. Ma coloro, poi, che non sono completamente malvagi, ancor più non vorrebbero essere di Mammona. Ma vi cascano per leggerezza e per un peso che la trascina in fondo, e che è la colpa di Adamo. Io sono venuto a levare quella colpa e a dare, in attesa dell'ora della Redenzione, una tale forza, a chi crederà in Me, capace di liberarvi dal laccio che li tiene e renderli liberi di seguire Me, Luce del mondo"».
«Ma allora, se ha proprio detto così, bisogna andare da Lui, subito». Pietro, coi suoi impulsi così schietti e che mi piacciono tanto, ha subito deciso e già eseguisce, affrettandosi a ultimare le operazioni di scarico, perché la barca è giunta riva e i garzoni ragioni l'hanno quasi tratta in secco, scaricando reti e corde e velame. «E tu, stolto Andrea, perché non sei andato con questi».
«Ma... Simone! Tu mi hai rimproverato perché non avevo persuaso questi a venire con me... Tutta la notte hai brontolato, e ora mi rimproveri di non essere andato?!...».
«Hai ragione... Ma io non lo avevo visto... tu sì... e devi aver visto che non è come noi... Qualcosa di più bello avrà!...».
«Oh! Sì», dice Giovanni. «Ha un volto! Ha degli occhi! Vero, Giacomo, che occhi?! E una voce!... Ah, che voce! Quando parla di par di sognare il Paradiso».
«Presto, presto. Andiamo a trovarlo. Voi (parla ai garzoni) portate tutto a Zebedeo e dite che faccia lui. Noi torneremo questa sera per la pesca».
Sì rivestono tutti e si avviano. Ma Pietro, dopo qualche metro, si arresta e afferra Giovanni per un braccio e chiede: «Hai detto che sa tutto e che sente tutto...».
«Sì. Pensa che quando noi, vedendo la luna alta, abbiamo detto: "Chissà che farà Simone?", Egli ha detto: "Sta gettando la rete e non si sa dar pace di dover fare da solo, perché non siete usciti con la barca gemella in una sera di così buona pesca... Non sa che fra poco non pescherà più che con altre reti e non farà che altre prede"».
«Misericordia divina! È proprio vero! Allora avrà sentito anche... anche che io gli ho dato poco meno che del mentitore... Non posso andare da Lui».
«Oh! È tanto buono! Certo si sa che tu hai così pensato. Lo sapeva già. Perché quando lo abbiamo lasciato, dicendo che venivamo da te, ha detto: "Andate. Ma non lasciatevi vincere dalle prime parole di scherno. Chi vuole venire con Me deve sapere tener testa agli scherni del mondo e alle proibizioni dei parenti. Perché Io sono sopra il sangue e la società, e trionfo su essi. E chi con Me pure trionferà in eterno". E ha detto anche: "Sappiate parlare senza paura. Colui che vi udrà verrà, perché è uomo di buona volontà"».
«Così ha detto? Allora vengo. Parla, parla ancora di Lui mentre andiamo. Dov'è?».
«In una povera casa; devono essere persone a Lui amiche».
«Ma è povero?».
«Un operaio di Nazaret. Così ha detto».
«E come vive, ora, se non lavora più?».
«Non lo abbiamo chiesto. Forse lo sovvengono i parenti».
«Era meglio portare del pesce, del pane, frutta..., qualche cosa. Andiamo a interrogare un rabbi, perché è come e più di un rabbi, a mani vuote!... I nostri rabbini non vogliono così...».
«Ma Lui vuole. Non avevamo che venti denari fra me e Giacomo e glieli abbiamo offerti, come consuetudine ai rabbini. Non li voleva. Ma, poi che insistevamo, ha detto: "Dio ve li renda nelle benedizioni dei poveri. Venite con Me", e subito li ha distribuiti a dei poverelli che Egli sapeva dove abitavano; e a noi che chiedevamo: "E per Te, Maestro, non serbi nulla?", ha risposto: "La gioia di fare la volontà di Dio e di servire la sua gloria". Noi abbiamo detto anche: "Tu ci chiami, Maestro. Ma noi siamo tutti poveri. Che ti dobbiamo portare?". Ha risposto, con un sorriso che proprio frustare il Paradiso: "Un grande tesoro voglio da voi"; e noi: "Ma se non l'abbiamo?"; e Lui: "Un Tesoro dai sette nomi, e che anche il più meschino può avere e il più ricco può non possedere, lo avete e lo voglio. Uditene i nomi: carità, fede, buona volontà, retta intenzione, continenza, sincerità, spirito di sacrificio. Questo Io voglio da chi mi segue, questo solo, e in voi c'è. Dorme come seme sotto zolla invernale, ma il sole della mia prima vera lo farà nascere in settemplice spiga". Così ha detto».
«Ah! Questo mi assicura che è il Rabbomi vero, il Messia promesso. Non è duro ai poveri, non chiede denaro... Basta per dirlo il Santo di Dio. Andiamo sicuri».
E tutto ha termine.


+ Dal Vangelo secondo Giovanni – Gv 1, 40-42
40. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. 41 Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)» 42 e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)».

Incontro con Pietro e Andrea
Da Maria Valtorta, L'Evangelo come mi è stato rivelato, vol. I, cap. 49, ed. CEV.

13 ottobre 1944.
[...].
Alle 14 vedo questo:
Gesù viene avanti per una piccola stradetta, un sentiero fra due campi. È solo punto Giovanni procede verso di Lui da tutt'altro viottolo fra i campi e lo raggiunge infine, passando per un varco fra la siepe.
Giovanni, tanto nella visione di ieri come oggi, è tutto affatto giovanetto. Un volto roseo e imberbe di uomo appena fatto, e biondo per giunta. Per ciò non un segno di baffi e di barba, ma solo il rosato delle guance lisce e delle rosse labbra e la luce ridente del suo bel sorriso e dello sguardo puro, non tanto per il suo colore di turchese cupa, quanto per la limpidità dell'anima vergine che vi traspare. I capelli biondo castani, lunghi e soffici, ondeggiano nel passo, veloce quanto una corsa.
Chiama, quando sta per passare la siepe: «Maestro!».
Gesù si arresta e si volge con un sorriso.
«Maestro, ti ho tanto desiderato! Mi hanno detto, nella casa dove stai, che eri venuto verso la campagna... Ma non dove. E temevo non vederti». Giovanni parla lievemente curvo per il rispetto. Eppure è pieno di confidente affetto nella sua attitudine e nello sguardo che, stando col capo lievemente piegato sulla spalla, eleva verso Gesù.
«Ho visto che mi cercavi e sono venuto verso di te».
«Mi hai visto? Dove eri, Maestro?».
«Là ero», e Gesù accenna ad un ciuffo d'alberi lontani che, per la tinta della chioma, direi ulivi. «Là ero. Pregavo e pensavo a quanto dirò questa sera nella sinagoga. Ma ho lasciato subito non appena ti ho visto».
«Ma come hai fatto a vedermi se io appena vedo quel luogo, nascosto come è dietro quel ciglio?».
«Eppure lo vedi! Ti sono venuto incontro perché ti ho visto. Ciò che non fa l'occhio, fa l'amore».
«Sì, fa l'amore. Mi ami dunque, Maestro?».
«E tu mi ami, Giovanni, figlio di Zebedeo?».
«Tanto, Maestro. Mi pare di averti sempre amato. Prima di averti conosciuto, prima ancora, l'anima mia ti cercava, e quando ti ho visto essa mi ha detto: "Ecco Quello che cerchi". Io credo che ti ho incontrato perché la mia anima ti ha sentito».
«Tu lo dici, Giovanni, e dici giusto. Io pure vi sono venuto incontro perché la mia anima che ha sentito. Per quanto mi amerai?".
«Per sempre, Maestro. Non voglio amare più altri che Tu non sia».
«Hai padre e madre, fratelli, sorelle, hai la vita, e con la vita la donna e l'amore. Come farai a lasciare tutto per Me?».
«Maestro... non so... ma mi pare, se non è superbia dirlo, che la tua predilezione mi terrà posto di padre e madre e fratelli e sorelle e anche della donna. Di tutto, sì, di tutto mi terrò sazio se Tu mi amerai».
«E se il mio amore ti procurerà dolori e persecuzioni?».
«Nulla sarà, Maestro, se Tu mi amerai».
«È quel giorno che Io avessi a morire...».
«No! Sei giovane, Maestro... Perché morire?».
«Perché il Messia è venuto per predicare la Legge nella sua verità e per compiere la Redenzione. E il mondo aborre la Legge ne vuole la redenzione. Perciò perseguita i messi di Dio».
«Oh! Ciò non sia! Non lo dire a chi ti ama, questo pronostico di morte!... Ma se Tu avessi a morire, amerò ancora Te. Lascia che io ti ami». Giovanni ha sguardo supplice. Più chinato che mai, cammina a fianco di Gesù e par che mendichi amore.
Gesù si ferma. Lo guarda, lo trapana collo sguardo del suo occhio profondo, e poi gli pone la mano sul capo chino. «Voglio che tu mi ami».
«Oh! Maestro!». Giovanni è felice. Per quanto la sua pupilla sia lucida di pianto, ride con la giovane bocca ben disegnata, e prende la mano divina e la bacia sul dorso e se la stringe al cuore.
Riprendono il cammino.
«Hai detto che mi cercavi...».
«Sì. Per dirti che i miei amici ti vogliono conoscere... e perché, oh! Come avevo voglia di stare con Te ancora! Ti ho lasciato da poche ore... ma non potevo già più stare senza di Te».
«Sei stato dunque un buon annunziatore del Verbo?».
«Ma anche Giacomo, maestro, ha parlato di Te in modo da... convincere».
«In modo che anche chi diffidava - né è colpevole, perché prudenza era causa del suo riserbo - si è persuaso. Andiamo a farlo del tutto sicuro».
«Aveva un poco paura...».
«No! Non paura di Me! Sono venuto per i buoni e più per chi è in errore. Io voglio salvare. Non condannare. Con gli onesti sarò tutto misericordia».
«E coi peccatori?».
«Anche. Per disonesti intendo quelli che hanno la disonestà spirituale e ipocritamente si fingono buoni mentre fanno opere malvagie. E tali cose fanno e in tal modo per avere un utile proprio e ricavare utile dal prossimo. Con questi sarò severo».
«Oh! Simone, allora, può star sicuro. È schietto come nessun altro».
«Così mi piace e voglio siate tutti».
«Lo ascolterò dopo aver parlato nella sinagoga. Ho fatto avvisare poveri e malati oltre che ricchi e sani. Tutti hanno bisogno della Buona Novella».
Il paese si avvicina. Dei bambini giocano sulla strada e uno, correndo, viene a sbattere fra le gambe di Gesù e cadrebbe se Egli non fosse sollecito ad afferrarlo. Il bambino piange lo stesso, come se si fosse fatto male, e Gesù gli dice tenendolo in braccio: «Un israelita che piange? Che avrebbero dovuto fare i mille e mille bambini che sono divenuti uomini valicando il deserto dietro a Mosé? eppure più per loro che per gli altri -- perché l'Altissimo ha amore degli innocenti e provvede a questi Angiolini della Terra, a questi uccellini senza ali, come provvede ai passeri del bosco e della gronda -- proprio per questi ha fatto scendere la manna tanto dolce. Ti piace il miele? Sì? Ebbene, se sarai buono mangerai un miele più dolce di quello delle tue api».
«Dove? Quando?».
«Quando, dopo una vita di fedeltà a Dio, andrai a Lui».
«Io so che non vi andrò se non viene il Messia. La mamma mi dice che per ora noi di Israele siamo come tanti Mosé e moriamo in vista della Terra Promessa. Dice che stiamo lì ad aspettare di entrarvi e che solo il Messia ci farà entrare».
«Ma che bravo piccolo israelita! Ebbene, Io ti dico che quando tu morrai entrerai subito in Paradiso, perché il Messia avrà già aperto le porte del Cielo. Però devi essere buono».
«Mamma! Mamma!». Il bambino scivola dalle braccia di Gesù e corre incontro ad una giovane sposa, che rientra con un'anfora di rame. «Mamma! Il nuovo Rabbi mi ha detto che io andrò subito in Paradiso quando morirò e mangerò tanto miele... ma se sono buono. Sarò buono!».
«Lo voglia Dio! Scusa, Maestro, se ti ha dato noia. È tanto vivace!».
«L'innocenza non dà noia, donna. Dio ti benedica, perché sei una madre che alleva i figli nella conoscenza della Legge».
La donna si fa rossa alla lode e risponde: «A Te pure la benedizione di Dio», e scompare con il suo piccolo.
«Ti piacciono i bambini, Maestro?».
«Sì, perché sono puri... e sinceri... e amorosi».
«Hai dei nipoti, Maestro?».
«Non ho che una Madre... Ma in Lei c'è la purezza, la sincerità, l'amore dei pargoli più santi, insieme alla sapienza, giustizia e fortezza degli adulti. Ho tutto in mia Madre, Giovanni».
«E l'hai lasciata?».
«Dio è sopra anche alla più santa delle madri».
«La conoscerò io?».
«La conoscerai».
«È mi amerà?».
«Ti amerà perché Ella ama chi ama il suo Gesù».
«Allora non hai fratelli?».
«Ho dei cugini da parte del marito di mia Madre. Ma ogni uomo mi è fratello e per tutti sono venuto. Eccoci davanti alla sinagoga. Io entro, e tu mi raggiungerai coi tuoi amici».
Giovanni se ne va, e Gesù entra in una stanza quadrata col solito apparato di lumi a triangolo e di leggii con rotoli di pergamena. Vi è già folla in attesa e in preghiera. Anche Gesù prega. La folla bisbiglia e commenta dietro a Lui, che si curva a salutare il capo della sinagoga e poi si fa dare a caso un rotolo.
Gesù inizia la lezione. Dice:
«Queste cose lo Spirito mi fa leggere per voi. Nel capo settimo del libro di Geremia si legge: "Queste cose dice il Signore degli eserciti, il Dio di Israele: 'Emendate i vostri costumi e i vostri affetti e allora abiterò con voi in questo luogo. Non vi cullate nelle parole vane da voi ripetute: c'è qui il Tempio del Signore, il Tempio del Signore, il Tempio del Signore. Perché, se voi migliorerete i vostri costumi e vostri affetti, se renderete giustizia fra l'uomo e il suo prossimo, se non opprimerete lo straniero, l'orfano e la vedova, se non spargerete in questo luogo il sangue innocente, se non andrete dietro agli dei stranieri, per vostra sventura, allora Io abiterò con voi in questo luogo, nella terra che Io diedi ai vostri padri per secoli e secoli'".
Udite, o voi di Israele. Ecco che Io vengo a illuminarvi le parole di luce che la vostra anima offuscata non sa più vedere e capire. Udite. Molto pianto scende sulla Terra del popolo di Dio e piangono i vecchi che ricordano le antiche glorie, piangono gli adulti piegati al giogo, piangono i fanciulli che non hanno avvenire di futura gloria. Ma la gloria della Terra e nulla rispetto ad una gloria che nessun oppressore, che non sia Mammona e la mala volontà, possono strappare.
Perché piangete? Come l'Altissimo, che fu sempre buono per il popolo suo, ora ha girato altrove il suo sguardo e nega ai suoi figli di vederne il Volto? Non è più il Dio che aperse il mare e ne fece passare Israele e per arene lo condusse e nutrì, e contro nemici lo difese e, perché non smarrisse la via del Cielo, come dire corpi la nuvola, diede alle anime la Legge? Non è più il Dio che addolcì le acque e fece venire manna agli sfiniti? Non è il Dio che vi volle stabilire in questa terra e con voi strinse alleanza di Padre a figli? E allora perché ora lo straniero vi ha percorsi?
Molti fra voi mormorano: "Eppure qui è il Tempio!". Non basta avere il Tempio e in quello andare a pregare Iddio. il primo tempio è nel cuore di ogni uomo, e in quello va fatta preghiera santa. Ma santa non può essere se prima il cuore non si emenda e col cuore non si emendano i costumi, gli affetti, le norme di giustizia verso i poveri, verso i servi, verso i parenti, verso Dio.
Ora guardate. Io vedo ricchi dal cuore duro, e fanno ricche offerte a Tempio ma non sanno dire al povero: "Fratello, ecco un pane e un denaro. Accettalo. Da cuore a cuore, e non t’avvilisca l'aiuto come a me non dire superbia e d'altro". Ecco, Io vedo oranti che si lamentano con Dio che non le ascolta prontamente, ma poi al misero, e talora è loro sangue, che gli dice: "Ascoltami", rispondono con cuore di selce: "No". Ecco, Io vedo che voi piangete perché la vostra borsa è spremuta dal dominatore. Ma poi voi spremete sangue a chi odiate, e di far vuoto un corpo di sangue e vita non avete orrore.
O voi di Israele! Il tempo della Redenzione è giunto. Ma preparatene le vie in voi con la buona volontà. Siate onesti, buoni, amatevi gli uni con gli altri. Ricchi, non sprezzate; mercanti, non frodate; poveri, non invidiate. Siete tutti di un sangue e di un Dio. Siete tutti chiamati ad un destino. Non chiudetevi il Cielo, che il Messia vi aprirà, con i vostri peccati. Avete sin qui errato? Ora non più. Ogni errore cada.
Semplice, buona, facile è la Legge che torna ai dieci comandi iniziali ma tuffati in luce d'amore. Venite. Io ve li mostrerò quali sono: amore, amore, amore. Amore di Dio a voi, di voi a Dio. Amore fra prossimo. Sempre amore, perché Dio è amore e figli del Padre sono coloro che sanno vivere l'amore. Io sono qui per tutti e per dare a tutti la luce di Dio. Ecco la Parola del Padre che si fa cibo in voi. Venite, gustate, cambiate il sangue dello spirito con questo cibo. Ogni veleno cada, ogni concupiscenza muoia. Una gloria nuova vi è porta, quella eterna, e a lei verranno coloro che faranno la Legge di Dio vero studio del loro cuore. Iniziate dall'amore. Non vi è cosa più grande. Ma, quando saprete amare, saprete già tutto, e Dio vi amerà, e amore di Dio vuol dire aiuto contro ogni tentazione.
La benedizione di Dio sia su chi volge a Lui cuore pieno di buona volontà».
Gesù tace. La gente bisbiglia. L'adunanza si scioglie dopo inni cantati molto salmodiandoli.
Gesù esce sulla piazzetta. Sulla porta sono Giovanni e Giacomo con Pietro e Andrea.
«La pace sia con voi», dice Gesù e aggiunge: «Ecco l'uomo che, per esser giusto, ha bisogno di non giudicare senza prima conosce. Ma che però è onesto nel riconoscere il suo torto. Simone, hai voluto vedermi? Eccomi. E tu, Andrea, perché non sei venuto prima?».
I due fratelli si guardano imbarazzati. Andrea mormora: «Non osavo...».
Pietro, rosso, non dice nulla. Ma, quando sente che Gesù dice al fratello: «Facevi del male a venire? Solo il male non si deve osare di farlo», interviene schietto: «Sono stato io. Lui voleva condurmi subito da Te. Ma io... io ho detto... Sì. Ho detto: "Non ci credo", e non ho voluto. Oh! Ora sto meglio!...».
Gesù sorride. E poi dice: «E per la tua sincerità Io ti dico che ti amo».
«Ma io... io non sono buono... non sono capace di fare quello che Tu hai detto nella sinagoga. Io sono iracondo, e se qualcuno mi offende... eh!... non sempre... non sempre sono stato senza frode. E sono ignorante. E ho poco tempo da seguirti per avere la luce. Come farò? Io vorrei diventare come Tu dici... ma...».
«Non è difficile, Simone. Sai un poco Scrittura? Sì? Ebbene, pensa al profeta Michea. Dio da te vuole quello che dice a Michea. Non ti chiede di strapparti il cuore, né di sacrificare gli affetti più santi. Per ora non te lo chiede. Un giorno tu, senza richieste da Dio, darai a Dio anche a te stesso. Ma Egli attende che un sole e una rugiada, di te, filo d'erba, abbiano fatto palma robusta e gloriosa. Per ora Egli ti chiede questo: praticare giustizia, amare la misericordia, mettere ogni cura nel seguire il tuo Dio. Sforzati a fare questo, e il passato di Simone sarà cancellato e tu diverrai l'uomo nuovo, l'amico di Dio e del suo Cristo. Non più Simone. Ma Cefa. Pietra sicura a cui mi appoggio».
«Questo mi piace! Questo lo capisco. La Legge è così... è così... ecco, io quella non la so più fare come l'hanno fatta i rabbini!... Ma questo che Tu dici, sì. Mi pare che ci riuscirò. E Tu mi aiuterai. Stai qui di casa? Conosco il padrone».
«Qui sto. Ma ora andrò a Gerusalemme e poi predicherò per la Palestina. Sono venuto per questo. Ma verrò qui sovente».
«Io verrò a udirti ancora. Voglio esser tuo discepolo. Un poco di luce entrerà nella mia testa».
«Nel cuore soprattutto, Simone. Nel cuore. E tu, Andrea, non parli!».
«Ascolto, Maestro».
«Mio fratello è timido».
«Diverrà un leone. La sera scende. Dio vi benedica e vi dia buona pesca. Andate».
«La pace a Te». Se ne vanno.
Appena fuori, Pietro dice: «Ma che avrà voluto dire prima, quando diceva che pescherò con altre reti e farò altre pesche?».
«Perché non glielo hai chiesto? Volevi dire tanto e poi quasi non parlavi».
«Mi... vergognavo. È così diverso da tutti i rabbi!».
«Ora va' a Gerusalemme...». Giovanni dice questo con tanto desiderio e nostalgia. «Io volevo dirgli se mi lasciava andare con Lui... e non ho osato...».
«Vaglielo a dire, ragazzo», dice Pietro. «Lo abbiamo lasciato così... senza una parola di amore... Almeno sappia che lo ammiriamo. Va', va'. A tuo padre dico io».
«Vado, Giacomo?».
«Va’».
Giovanni parte di corsa... e di corsa torna giubilante. «Gli ho detto: "Mi vuoi con Te a Gerusalemme?". Mi ha risposto: " Vieni, amico". Amico, ha detto! Domani a quest'ora verrò qui. Ah! A Gerusalemme con Lui!...».
... la visione a fine.

In merito a questa visione, mi dice questa mattina (14 ottobre) Gesù:
«Voglio che tu e tutti rileviate il contegno di Giovanni. In un suo lato che sfugge sempre. Voi lo ammirate perché puro, amoroso, fedele. Ma non notate che fu grande anche in umiltà. Egli, artefice primo dell'avvenuta a Me di Pietro, modestamente tace questo particolare.
L'apostolo di Pietro, e perciò il primo degli apostoli miei, fu Giovanni. Primo nel riconoscermi, primo nel rivolgermi la parola, primo nel seguirmi, primo nel predicarmi. Eppure, vedete che dice? Dice: "Andrea, fratello di Simone, era uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e avevano seguito Gesù. Il primo in cui si imbatté fu suo fratello Simone, a cui disse: 'Abbiamo trovato il Messia' e lo menò da Gesù".
Giusto, oltre che buono, sa che Andrea si angustia di non aver che un carattere chiuso e timido, che tanto vorrebbe fare ma che non riesce a fare, e vuole che a lui vada, nella memoria dei posteri, il riconoscimento del suo buon volere. Vuole che appaia Andrea il primo apostolo di Cristo presso Simone, nonostante che timidezza e soggezione di lui presso il fratello abbiano dato a lui sconfitta di apostolato.
Quali, fra quelli che fanno qualcosa per Me, sanno imitare Giovanni e non si autoproclamano insuperabili apostoli, senza pensare che il loro riuscire viene da un complesso di cose, che non sono solo santità, ma anche audacia umana, fortuna, e occasionale trovarsi presso gli altri meno audaci e fortunati, ma forse più santi di loro?
Quando riuscite nel bene, non gloriatevene come di un merito tutto vostro. Date lode a Dio, padrone degli apostolici operai, e abbiate occhio limpido e cuor sincero per vedere e dare ad ognuno il plauso che gli spetta. Occhio limpido a discernere gli apostoli che compiono olocausto, e sono le prime, vere leve nel lavoro degli altri. Solo Dio li vede questi che, timidi, paiono nulla fare e sono invece i rapitori al Cielo del fuoco che investe gli audaci. Cuor sincero nel dire: “Io opero. Ma costui ama più di me, prega meglio di me, si immola come io non so fare e come Gesù ha detto: '...entro la propria camera con uscio chiuso per orare in segreto'. Io, che intuisco la sua umile e santa virtù, voglio farla nota e dire: 'Io, strumento attivo; costui, forza che mi dà moto, perché, innestato come è a Dio, m’è canale di celeste forza'".
E la benedizione del Padre, che scende a ricompensare l’umile che in silenzio si immola per dare forza agli apostoli, scenderà anche sull’apostolo che sinceramente riconosce il soprannaturale e silenzioso aiuto, che a lui viene dall’umile, e il suo merito che la superficialità degli uomini non nota.
Imparate tutti.
È il mio prediletto? Sì. Ma non ha anche questa somiglianza con Me? Puro, amoroso, ubbidiente, ma anche umile. Io mi specchiavo in lui e vedevo in lui le virtù mie. Lo amavo perciò come un secondo Me. Vedevo in lui lo sguardo del Padre che lo riconosceva un piccolo Cristo. E mia Madre mi diceva: “In lui io sento un secondo figlio. Mi par di vedere Te, riprodotto in un uomo”.
Oh! La Piena di Sapienza come ti ha conosciuto, o mio diletto! E i due azzurri dei vostri cuori di purezza si sono fusi in un unico velario per farmi protezione d’amore, e un solo amore sono divenuti, prima ancora che Io dessi la Madre a Giovanni e Giovanni alla Madre. S’erano amati perché si erano riconosciuti simili: figli e fratelli del Padre e del Figlio».


Rif. Scuola di Comunità “Si può vivere così?” pag. 44, Cap. I – La Fede

+ Dal Vangelo secondo Giovanni – Gv 2, 1-11
2,1 Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. 2 Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3 Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». 4 E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora». 5 La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà».
6 Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. 7 E Gesù disse loro: «Riempite d'acqua le giare»; e le riempirono fino all'orlo. 8 Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. 9 E come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l'acqua), chiamò lo sposo 10 e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po' brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono». 11 Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.


Le nozze di Cana
Da Maria Valtorta, L'Evangelo come mi è stato rivelato, vol. I, cap. 52, ed. CEV.

Sera del 16 gennaio 1944. Le nozze di Cana.
Vedo una casa. Una caratteristica casa orientale - un cubo bianco, più largo che alto, con rade aperture - sormontata da una terrazza che fa da tetto, recinta da un muretto alto circa un metro e ombreggiata da una pergola di vite, che si arrampica fin là e stende i suoi rami su oltre la metà di questa assolata terrazza. Una scala esterna si sale lungo la facciata sino all'altezza di una porta, che si apre a metà altezza della facciata. Sotto ci sono, al terreno, delle porte basse e rade, non più di due per lato, che mettono in stanze basse e scure. La casa sorge in mezzo ad una specie di aia, più spiazzo erboso che aia, che ha al centro un pozzo. Vi sono delle piante di fico e di melo. La casa guarda verso la strada, ma non è sulla strada. È un poco dentro, è un viottolo fra l'erba l'unisce alla via che sembra una via maestra.
Si direbbe che la casa è alla periferia di Cana: casa di proprietari e contadini, i quali vivono in mezzo al loro poderetto. La campagna si stende oltre la casa con le sue lontananze verdi e placide. Vi è un bel sole e un azzurro tersissimo dicevo. In principio non vedo altro. La casa è sola.
Poi vedo due donne, con lunghe vesti e un manto che fa anche da velo, avanzarsi sulla via e da questa su un sentiero. Una e più anziana, sui cinquant'anni, è veste di scuro, un color bigio-marrone come di lana naturale. L'altra è vestita più in chiaro, una veste di un giallo pallido e manto azzurro, e sembra avere un trentacinque anni. È molto bella, snella, e ha un portamento pieno di dignità, per quanto sia tutta gentilezza e umiltà. Quando è più vicina, noto il color pallido del volto, gli occhi azzurri e capelli biondi che appaiono sotto il velo sulla fronte. Riconosco Maria Santissima. Chi sia l'altra, che è bruna è più anziana, non so. Parlano fra loro e la Madonna sorride. Quando sono prossime alla casa, qualcuno, certamente messo a guardia degli arrivi, dà l'avviso, e di incontro alle due vengono uomini e donne tutti vestiti a festa, i quali fanno molte feste alle due e si fece a Maria Santissima.
L'ora pare mattutina, direi verso le nove, forse prima, perché la campagna ancora quell'aspetto fresco delle prime ore del giorno, nella rugiada che fa più verde dell'erba e nell'aria non ancora offuscata da polvere. La stagione mi pare primaverile, perché i prati sono con erba non arsa dall'estate e i campi hanno il grano ancor giovane e senza spiga, tutto verde. Le foglie del fico e del melo sono verdi e ancora tenere, e così quelle della vite. Ma non vedo fiori sul melo e non vedo frutta né sul melo, né sul fico, né sulla vite. Segno che il melo ha già fiorito, ma da poco, e i frutticini non si vedono ancora.
Maria, molto festeggiata e fiancheggiata da un anziano che pare il padrone di casa, sale la scala esterna ed entra in un'ampia sala che pare tenere tutta o buona parte del piano sopraelevato.
Mi pare di capire che gli ambienti al terreno sono le vere e proprie stanze di abitazione, le dispense, e ripostigli e le cantine, e questa sia l'ambiente riservato a usi speciali, come feste eccezionali, o a lavori che richiedono molto spazio, o anche a distensione di derrate agricole. Nelle feste allo svuotano da ogni impiccio e lo ornano, come è oggi, di rami verdi, di stuoie, di tavole imbandite. Al centro bene è una molto ricca, con sopra giade e le anfore e piatti colmi di frutta. Lungo la parete di destra, rispetto nel riguardo, un'altra tavola imbandita, ma meno riccamente. Lungo quella di sinistra, una specie di lunga credenza, con sopra piatti e formaggi e altri cibi che mi paiono focacce coperte di miele dolciumi. In terra, sempre presso questa parete, altre anfore e tre grossi vasi in forma di brocca di rame (suppergiù). La chiamerei giare.
Maria ascolta benignamente quanto tutti la dicono, poi con bontà si leva il manto ed aiuta a finire i preparativi della mensa. La vedo andare e venire aggiustando i letti-sedili, raddrizzando le ghirlande di fiori, dando migliore aspetto alle frontiere, osservando che nelle lampade vi sia l'olio. Sorride e parla pochissimo e a voce molto bassa. Ascolta invece molto e con tanta pazienza.
Un grande rumore di strumenti musicali (poco armonici in verità) si ode sulla via. Tutti, meno Maria, corrono fuori. Vedo entrare la sposa, tutta agghindata e felice, circondata dai parenti e dagli amici, a fianco dello sposo che le è corso incontro per primo.
E qui la visione a un mutamento. Vedo, invece della casa, un paese. non so se sia Cana o altra borgata vicina. E vedo Gesù con Giovanni ed un altro che mi pare Giuda Taddeo, ma potrei, su questo secondo, sbagliare. Per Giovanni non sbaglio. Gesù è vestito di bianco e da un manto azzurro cupo, sentendo rumore degli strumenti, il compagno di Gesù chiede qualcosa ad un popolano e riferisce Gesù.
«Andiamo a far felice mia Madre», dice allora Gesù sorridendo. E si incammina attraverso i campi, cui due compagni, alla volta della casa. Mi sono dimenticata di dire chi ho l'impressione che Maria sia parente o molto amica dei parenti dello sposo, perché si vede che è in confidenza.
Quando Gesù arriva, il solito, messo di sentinella, avvisa gli altri. Il padrone di casa, insieme al figlio sposo e da Maria, scende incontro Gesù e lo saluta rispettosamente. Saluta anche gli altri due, e lo sposo fa lo stesso.
Ma quello che mi piace è il saluto pieno di amore e di rispetto di Maria al figlio e viceversa. Non espansioni, ma uno sguardo tale accompagna la parola di saluto: «La pace è con te» e un tale sorriso che vale cento abbracci e cento baci. Il bacio tremula sulle labbra di Maria, ma non viene dato. Soltanto Ella pone la sua mano bianca e piccina sulla spalla di Gesù e gli sfiora un ricciolo della sua lunga capigliatura. Una carezza da innamorata pudica.
Gesù sale a fianco della Madre e seguito dai discepoli e dai padroni, ed entra nella sala del convito, dove le donne si danno da fare ad aggiungere sedili e stoviglie per i tre ospiti, inaspettati, mi sembra. Direi che era incerta la venuta di Gesù è assolutamente impreveduta quella dei suoi compagni.
Odo distintamente la voce piena, virile dolcissima del Maestro dire, nel porre piede nella sala: «La pace sia in questa casa e la benedizione di Dio su voi tutti». Saluto cumulativo a tutti presenti e pieno di maestà.
Gesù domina col suo aspetto e con la sua statura tutti quanti. È l'ospite, e fortuito, ma pare il re del convito, più dello sposo, più del padrone di casa. Per quanto sia umile e condiscendente, è colui che si impone.
Gesù prende posto alla tavola di centro con lo sposo, la sposa, i parenti degli sposi e gli amici più influenti. I due discepoli, per rispetto al Maestro, vengono fatti sedere alla stessa tavola.
Gesù ha le spalle voltate alla parete dove sono le giare e le credenze. Non la vede perciò, e non vede neppure l'affaccendarsi del maggiordomo intorno ai piatti di arrosti, che vengono portati da una porticina che si apre presso le credenze.
Osserva una cosa. Meno le rispettive madri degli sposi e meno Maria, nessuna donna siede a quel tavolo. Tutte le donne sono, e fanno baccano per cento, all'altra tavola contro la parete, e vengono servite dopo che sono stati serviti gli sposi e gli ospiti di riguardo. Gesù è presso il padrone di casa ed ha di fronte Maria, la quale siede a fianco della sposa.
Il convito comincia. E le assicuro che l'appetito non manca e neanche la sete. Quelli che lasciano poco un segno sono Gesù e sua Madre, la quale, anche, parla pochissimo. Gesù parla un poco di più. Ma, per quanto sia parco, non è, nel suo scarso parlare, né accigliato né sdegnoso. È un uomo cortese ma non ciarliero. Interrogato risponde, se gli parlano si interessa, espone il suo parere, ma poi si raccoglie in Sé come un abituato a meditare. Sorride, non ride mai. E, se sente qualche scherzo troppo avventato, mostra di non udire. Maria si ciba della contemplazione del suo Gesù, e così Giovanni, è verso il fondo della tavola e pende dalle labbra del suo Maestro.
Maria si accorge che i servi parlottano col maggiordomo e che questo è impacciato, e capisce cosa c'è di spiacevole. «Figlio», dice piano, richiamando l'attenzione di Gesù con quella parola.«Figlio, non hanno più vino».
«Donna, che vi è più fra Me e te?». Gesù, nel dirle questa frase, sorride ancor più dolcemente, e sorride Maria, come due che sanno una verità che è loro gioioso segreto, ignorata da tutti gli altri.

Gesù mi spiega il significato della frase.
«Quel "più", che molti traduttori omettono, è la chiave della frase e la spiega nel suo vero significato.
Ero il Figlio soggetto alla Madre sino al momento in cui la volontà del Padre mio mi indicò essere venuta l'ora di essere il Maestro. Dal momento che la missione ebbe inizio, non ero più il Figlio soggetto alla Madre, ma il Servo di Dio. Rotti i legami morali verso la mia Genitrice. Essi si erano mutati in altri più alti, si erano rifugiati tutti nello spirito. Quello chiamava sempre "Mamma" Maria, la mia Santa. L'amore non conobbe sosta, né intiepidimento, anzi non fu mai tanto perfetto come quando, separato da Lei come per una seconda affiliazione, Ella mi dette al mondo per il mondo, come Messia, come Evangelizzatore. La sua terza sublime mistica maternità fu quando, nello strazio del Golgota, mi partorì alla Croce facendo di Me il Redentore del mondo.
"Che vi è più fra Me e te?". Prima ero tuo, unicamente tuo. Tu mi comandavi, Io ti ubbidivo. Ti ero "soggetto". Ora sono della mia missione.
Non l'ho forse detto? "Chi, messa la mano all'aratro, si volge indietro a salutare chi resta, non è adatto al Regno di Dio". Io avevo posto la mano all'aratro per aprire col vomere non le glebe, ma i cuori, e seminarvi la parola di Dio. Avrei levato quella mano solo quando me l'avrebbero strappata di là per inchiodarmela alla croce ed aprire con il mio torturante chiodo il cuore del Padre mio, facendolo uscire il perdono per l'umanità.
Quel "più", dimenticato dei più, voleva dire questo: "Tutto mi sei stata, o Madre, finché fui unicamente il Gesù di Maria di Nazaret, e tutto mi sei nel mio spirito; ma, da quando sono il Messia atteso, sono del Padre mio. Attendi un poco ancora e, finita la missione, sarò da capo tutto tuo; mi riavrai ancora sulle braccia come quando ero bambino, e nessuno te lo contenderà più, questo tuo Figlio, considerato un obbrobrio dell'umanità, che te ne getterà la spoglia per coprire te pure dell'obbrobrio d'essere madre di un reo. E poi mi avrai di nuovo, trionfante, e poi mi avrai per sempre, trionfante e tu pure in Cielo. Ma ora sono di tutti questi uomini. E sono del Padre che mi ha mandato ad essi".
Ecco quel che vuol dire quel piccolo e così denso di significato "più"».

Maria ordina ai servi: «Fate quello che Egli vi dirà». Maria ha letto negli occhi sorridenti del Figlio l'assenso, dell'atto dal grande insegnamento a tutti i "vocati". E ai servi: «Empite d'acqua le idrie», ordina Gesù.
Vedo i servi empire le giare di acqua portata dal pozzo (odo stridere la carrucola che porta su e in giù il secchio gocciolante). Vedo il maggiordomo mescersi un poco di quel liquido con occhi di stupore, assaggiarlo con atti di ancor più vivo stupore, gustarlo e parlare al padrone di casa e allo sposo (erano vicini). Maria guarda ancora il Figlio e sorride; poi, raccolto un sorriso di Lui, china il capo arrossendo lievemente. È beata.
Nella sala passa un sussurrio, le teste si volgono tutte verso Gesù e Maria, c'è chi si alza per vedere meglio, chi va alle giare. Un silenzio, e poi un coro di lodi a Gesù.
Ma Egli si alza e dice una parola: «Ringraziate Maria», e poi si sottrae al convito. I discepoli lo seguono. Sulla soglia ripete: «La pace sia a questa casa e la benedizione di Dio su voi», e aggiunge: «Madre, ti saluto».
La visione cessa.

Gesù mi istruisce così:
«Quando disse discepoli: "Andiamo a far felice mia Madre", avevo dato alla frase un senso più alto di quello che pareva. Non la felicità di vedermi, ma di essere Lei l’iniziatrice della mia attività di miracolo e la prima benefattrice dell'umanità. Ricordatevelo sempre. Il mio primo miracolo è avvenuto per Maria. Il primo. Simbolo che è Maria la chiave del miracolo. Io non ricuso nulla alla Madre mia, e che la sua preghiera anticipo anche il tempo della Grazia. Io conosco mia Madre, la seconda in bontà dopo Dio. So che farvi grazia è farla felice, poiché è la Tutta Amore. Ecco perché dissi, Io che sapevo: "Andiamo a farla felice".
Inoltre ho voluto rendere manifesta la sua potenza al mondo insieme alla mia. Destinata ad essere a Me congiunta nella carne - poi che fummo una carne: Io in Lei, Lei intorno a Me, come petali di giglio intorno al pistillo odoroso e colmo di vita - congiunta a Me nel dolore, poi che fummo sulla croce Io con la carne e Lei col suo spirito, così come il giglio odora e con la corolla e con l'essenza tratta da essa, era giusto fosse congiunta a Me nella potenza che si mostra al mondo.
Dico a voi ciò che dissi a quei convitati: "Ringraziate Maria. È per Lei che avete avuto il Padrone del miracolo e che avete le mie grazie, e specie quelle di perdono".
Riposa in pace. Noi siamo con te».


Luigi Giussani, L’itinerario della Fede, All’origine della pretesa cristiana, Capitolo VI, La Pedagogia di Cristo nel rivelarsi, firme Oro, Rizzoli, 2007, pagg. 253 e segg.

“L’eccezionalità del comportamento di Gesù era tale che anche l’evidenza del suo contesto familiare, della sua storia personale non valeva più a definirlo. E così emergeva quella domanda «Chi è mai costui?»…l’interrogativo dei discepoli riecheggiava sulla bocca degli avversari di Gesù verso la fine della sua vita, quando anch’essi sono costretti dai fatti a chiedere: «Fino a quando ci terrai con il fiato sospeso? Dicci da che parte vieni, chi sei?». È la stessa richiesta dei discepoli in chiave opposta: ostile, rabbiosa; mentre per i primi è in chiave di stupore”.

La Storia del re del Portogallo
“Si può immaginare una piccola storia…Figuriamoci un paesino di montagna, alcuni decenni fa. Un’unica mulattiera unisce il villaggio al paese più grande, giù a fondovalle. Non c’è un medico stabile, ma c’è il comune, con un Sindaco. Tutti vivono del bosco, qualche gallina, qualche mucca, nessun nesso col mondo. Un paesino chiuso, degradato. Nell’unica casa un po’ bella del paese una famiglia venuta dalla città viene a stabilirsi. Un signore e una signora molto distinti, due bambini. Sono gentilissimi, ma tutto il villaggio si ritrae di fronte a loro. Li spiano dalle fessure delle persiane quando passano, nell’unica botteguccia del paese non accettano alcun tipo di conversazione, nessuno li saluta. Accade un giorno che un abitante del paese si infortuna gravemente. La signora è medico e si adopera in tutti i modi fino alla sua completa guarigione. Così il ghiaccio si rompe e via via, molto lentamente, si crea non tanto un affiatamento a parole, ma un affiatamento pratico. Anche lui si rende disponibile ad ogni necessità: un camino si rompe, un macchinario da riparare…quel signore di città sa sempre come intervenire. «Sarà un ingegnere», dicono tra loro in paese. Lui la sera andava sempre nell’unica osteria del villaggio dove gli uomini giocavano a carte avvolti in una nuvola di fumo. E, dapprima, se ne stava lì a guardare, poi, nell’impaccio generale chiede di poter giocare anche lui, e gli uomini del paese scoprono che è anche un ottimo giocatore. Insomma, dopo qualche settimana quella era la famiglia più amata del paese. Una domenica, mentre stavano giocando a carte, si interrompe per raccontare di quando aveva viaggiato nella Terra del Fuoco e tutti se ne stanno lì con le carte in mano e la pipa in bocca ad ascoltarlo, perché parlava in modo affascinante, sapeva una infinità di cose. A un certo punto il più vecchio di tutti tira fuori la pipa dalla bocca, mette giù le carte e dice: «Senti, tu devi rispondere alla nostra curiosità. Molti fra noi dicono che sei un ingegnere, molti dicono che sei uno scienziato, altri dicono altre cose. Ma tu chi sei? Come fai ad essere così bravo in tutto, a sapere tante cose?». Allora lui dice: «Amici, adesso che siamo veramente in confidenza ve lo posso dire. Però non dovete tradirmi, perché per una serie di ragioni la mia posizione è delicata nei confronti della legge, e se si sapesse che sono qui mi arresterebbero subito. Io sono il re del Portogallo in esilio». A nessuno lì nell’osteria viene in mente di mettere in dubbio questa risposta: era evidente che le risposte che avevano tentato di scovare loro erano molto meno esplicative dell’insieme del personaggio di quanto aveva dichiarato lui. La sua risposta, inimmaginabile, s’addiceva al suo tipo di persona, all’evidenza che lui emanava, molto più delle loro ipotesi….

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La storia immaginata prima puntualizza anche analogicamente l’avversione che nace di fronte a qualcuno che in qualche modo metta in atto la centralità di una pretesa.
Un giorno, infatti, dopo che «il re del Portogallo» si fu amorevolmente imposto ai paesani, arriva un’automobile della polizia in paese, e lui viene portato via. Era stato tradito. Da chi? Dal sindaco. Ma come? Mai il sindaco era stato rispettato ed onorato quanto nel mese della permanenza di quel signore! Eppure il sindaco sentiva, e non lo accettava, che il centro del paese non era più lui, constatava di essere stato scalzato come punto di riferimento e padrone del villaggio.
Un meccanismo molto simile si è innescato per ciò che riguarda le reazioni alla persona di Gesù. Proprio per quel suo modo di proporsi comincia a nascere verso di lui un’ostilità, quando, cioè egli prende a manifestare la propria presenza come pretesa di significato decisivo e di potere determinante nell’ambito della libertà della gente…
Per riconoscere tale pretesa, chi ascolta deve rinunciare a se stesso, deve sacrificare l’autonomia del proprio criterio, in un modo così sensibile come può avvenire soltanto nell’amore. Se questa rinuncia a sé è rifiutata, si desta un’avversione radicale, profonda, che cercherà in tutti i modi di giustificarsi.

domenica 3 febbraio 2008

Scuola di Comunità pagg. 27-72; scheda a cura di Giorgio Razeto

Si può vivere così?
Uno strano approccio all'esistenza cristiana (continua I Capitolo - La Fede)
Un metodo fondamentale per la cultura e la storia (pag. 27)
I. la cultura, la storia e la convivenza umana, si fondano su questo tipo di conoscenza che si chiama fede (conoscenza indiretta, conoscenza di una realtà attraverso la mediazione di un testimone)
"... Togliete questa conoscenza per mediazione, dovete togliere tutta la cultura umana, tutta, perché tutta la cultura umana si basa sul fatto che uno incomincia da quello che ha scoperto l'altro e va avanti..."
Una premessa decisiva (pag. 28)
I. l'oggetto di tutto ciò che approfondiremo è il campo della fede, è la realtà guardata e vissuta nella Fede
"... parlare di Cristo, dell'anima, del destino, del Mistero, è parlare di fede. Il contenuto di tutto quello che diremo non si vede, eppure si può conoscere attraverso una testimonianza, attraverso dei testimoni..."
II. la parola fede sarà sviluppata al livello più importante: quello del destino
"... quello che ci interessa nel dialogo tra noi è il destino tuo e mio e suo e dell'altro e dell'altro. Il destino che lo vede? Chi ha visto? Chi ha preso l'ombrello perché pioveva e, andando sul marciapiede col soprabito nuovo, bianco, di quelli lisci incontra a un certo punto, dopo 34 passi, il destino? Non lo può trovare! Il destino non lo puoi vedere. Il destino è per sua natura Mistero..."
III. il metodo della fede è quello in cui la ragione è più esaltata,
A. perché per fidarsi uno deve impegnare tutto se stesso (ragione, occhi, cuore, tutto)
1. il metodo della fede implica una ragione più completa, una ragione in tutti i suoi nessi con gli altri aspetti della personalità
2. per questo, la persona più unita, che vive tutti gli aspetti della personalità, fa molto meno fatica a capire se fidarsi dell'altro o no
"... chi invece è patologico non si fida mai di nessuno, non riesce a fidarsi più di niente, si taglia via dalla vita...".
B. al di fuori della fede, la ragione è impegnata in modo parziale, in relazione ad un tipo di oggetto
"...un uomo che sappia tutto sulla mosca e faccia sulla mosca un librone di 1500 pagine... e di sua moglie non capisce un'acca - e i suoi figli lo odiano tanto li tratta male -, è un pover'uomo, non un Premio Nobel... lui è acutissimo in un segmento della realtà... la mosca... su questo sa tutto, ma non sa niente del suo destino né della situazione altrui. È un povero disgraziato, pur essendo un Premio Nobel..."
IV. parleremo
A. di fede come riconoscimento di un contenuto invisibile della realtà
B. di come questo contenuto è raggiunto attraverso la ragione, attraverso il metodo della fede, la testimonianza
V. un'osservazione capitale: quanto più uno è morale, tanto più è capace di fidarsi; quanto meno uno è morale, tanto meno è capace di fidarsi
nel testo L. Giussani, Il senso religioso, in L'itinerario della fede, Firme oro, Rizzoli, Milano, 2007, pag. 32, si definiscono valori morali, quelli che riguardano l'umano comportamento nel suo aspetto di significato (se tu ti puoi fidare di quell'uomo o no; fino a quale punto gli puoi far credito; che cosa puoi valorizzare di un altro; se la tal persona è leale o no). Più avanti, a pag. 46, si afferma che la moralità consiste in una posizione giusta del cuore: l'amore alla verità dell'oggetto più di quanto si sia attaccati alle opinioni che già ci siamo fatti su di esso.
"il Signore ha dato un esempio, un paradigma di questo atteggiamento di amore alla verità: "Se non sarete come bambini non entrerete nel regno dei cieli". Non è un ideale di infantilismo che ci ha proposto, ma di sincerità attiva di fronte al reale, di fronte all'oggetto che si prende in considerazione. "Ma..., se..., però..."; dicono "pane al pane e vino al vino", o come disse ancora Cristo: "il vostro dire sia 'sì', ' no'; ogni altra posizione viene dalla menzogna".
Invito alla preghiera (pag. 32)
I. bisogna pregare Dio
A. per essere veramente morali: per dir di sì a ciò che è positivo e dir di no a ciò che è negativo
B. perché l'uomo è cattivo, ed essendo cattivo dice di no anche all'evidenza
C. il capriccio è la posizione con cui gli uomini stanno di fronte alla vita nel suo significato cioè davanti al destino
"Un bambino che fa i capricci, gli metti sotto il naso un bicchiere e gli dici: "È un bicchiere, vero? Carlino, dì che è un bicchiere. È un bicchiere questo qui?". "No!" "È un bicchiere?" Dice di no, perché è capriccioso"
II. Giussani è un testimone così come tutti i compagni di cammino più grandi
III. con la fede, fidandosi di questi testimoni, si arriva al vero; altrimenti non si arriverebbe mai ad affermare con certezza
IV. poiché è in gioco il destino, non giungere mai al significato, vuol dire distruggere la vita
Ripresa di pensieri (pag. 33)
I. il lavoro è l'espressione dell'uomo
"esso rappresenta il rapporto attivo che c'è tra me che vivo, immagino, penso, sento, e faccio in base a quello che penso e sento, e la realtà, per cui l'uomo usa la realtà, usa il tempo e lo spazio e crea la sua vita. In base a quel che crea sarà giudicato".
II. la parola destino domina la vita e non c'è nessuno che ci pensi
"Non c'è nella settimana, che è la misura fondamentale del lavoro cioè dell'espressività della persona, un minuto consegnato a pensare al proprio destino, a ciò per cui si lavora e quindi per cui si vive... si soffre, si gioisce, si usano le cose e si crea quello che sembra più giusto, più piacevole".
III. il contenuto della strada che si percorrerà è il timore e tremore per il destino, è il desiderio del destino e dell'attesa di un destino gioioso
IV. ciò che determina la preghiera è la passione e la preoccupazione per il proprio destino
V. bisogna stare attenti nella preghiera
"perché c'è sempre qualche parola o qualche espressione su cui l'animo può fermarsi a pigiarne il senso... c'è una parola che ti colpisce più delle altre..."
VI. Giussani, nell'Ora Media, è colpito dalla parte del salmo che recita "Beato e fedele ai suoi insegnamenti e lo cerca con tutto il cuore"
A. beato vuol dire lieto: ha l'animo diverso da come tutti vivono
B. i suoi insegnamenti sono l'ordine della realtà
C. "beato chi è fedele" indica chi aderisce alle cose come naturalmente, cioè originalmente, cioè divinamente sono impostate
D. beato chi cerca con tutto il cuore quest'insegnamento, questo significato delle cose
E. "Distogli i miei occhi dalle cose vane, fammi vivere sulla tua via"
1. cose vane: l'aspetto effimero e perciò ingannevole delle cose
2. vivere sulla tua via: rendimi sempre più fedele alle cose come le hai fatte Tu
VII. le meditazioni che faremo
A. corrispondono a queste due domande
B. vogliono essere un aiuto alla letizia del nostro vivere (questo sarà anche un sintomo della giustezza del nostro modo di seguire)
2. La dinamica della fede (pag. 37)
I. la fede
A. è un metodo di conoscenza della ragione
B. un metodo di conoscenza indiretto perché è mediato dal fatto che la ragione si appoggia a un testimone
C. è il più importante di tutti i metodi della ragione perché impegna tutto l'uomo
"molto più dell'evidenza che si basa sui sensi è molto più della scienza che si basa sull'analisi e sulla dialettica... per fidarsi... occorre impegnare tutta la lealtà della propria persona, occorre applicare lacune dell'osservazione, occorre implicare una certa dialettica, occorre una sincerità del cuore, occorre che l'amore alla verità più forte che non l'antipatia... occorre un amore alla verità... è tutta la persona che viene impegnata..."
D. è il metodo più dignitoso, più prezioso, perché lo sviluppo della convivenza come esistenza della società,una società piccola come la famiglia o la società nella sua totalità non potrebbe esserci senza la fede
"Se tutti noi non ci fidassimo uno dell'altro cosa succederebbe? Di fatto laddove manca la naturalità di queste cose vanno in giro con i coltelli, con le pistole: nessuno può fidarsi più di nulla"
E. la convivenza, la storia, la cultura sono tutte basate su questo metodo: sul metodo della fede
"La cultura è lo sviluppo della conoscenza, ma tu sviluppi la conoscenza se, fidandoti della scoperta che ti è data da chi ti precede, aggiungi la tua scoperta, e chi viene dopo di te, fidandosi di quel che gli dai tu, aggiunge la sua scoperta"
II. la sorpresa più grossa è sentir parlare della fede come l'aspetto più importante nell'uso della ragione
A. perché su di esse è fondata la convivenza, la storia, la cultura
B. ma prima ancora perché tale metodo implica l'impegno della totalità della persona
La credibilità del testimone (pag. 39)
I. l'unico vero problema è questo: quando uno si può fidare del testimone?
A. si può aver fiducia irragionevolmente oppure ragionevolmente, in modo ingiusto o in modo giusto
B. è giusto fidarsi di una persona quando sono sicuro che
1. sa quel che dice
2. e non mi vuole ingannare
II. quando uno raggiunge la certezza su una persona, allora logicamente deve fidarsi
"Per raggiungere questa certezza, se aveste studiato Scuola di Comunità, vi ricordereste della terza premessa, quella che parla della moralità. Se uno è morale raggiunge questa certezza, se uno non è morale non raggiunge mai la certezza, oppure raggiunge la certezza in modo irragionevole, si fida di chi non si deve fidare".
III. la fiducia è un problema di coerenza con una evidenza della ragione
A. raggiunta direttamente
B. o indirettamente, attraverso il testimone, subito o in seguito a una convivenza
"Per esempio: sali in treno, non sai mai chi trovi in treno; ci sono lì tre persone in uno scompartimento e tu stai zitto, attento al tuo portafoglio e zitto. Poi si comincia a parlare e capisci che sono tre persone buone, tre persone del popolo, buone, e tu ti fidi e dici: "Vado via un momento" e lasci lì il tuo pacchetto con i soldi. E infatti torni indietro e lo trovi...anche perché non c'è stata nessuna fermata!"
L'inizio di un fatto nuovo nel mondo (pag. 42)
I. Cristo si conosce per mezzo del metodo della fede (Cristo, infatti, non lo conosciamo direttamente, né per evidenza, né per analisi dell'esperienza)
A. il problema della fede è entrato nel mondo come metodo della ragione applicato a qualcosa di sopra ragionevole, di impensabile, di inconcepibile
"Giovanni battista ha visto un uomo andar via e improvvisamente illuminato dallo spirito... si mise a gridare: «Ecco l'Agnello di Dio. Ecco Colui che toglie i peccati del mondo»... due che erano lì hanno visto l'uomo verso cui lui tendeva la mano e allora si sono allontanati anche loro e hanno seguito, pedinato quest'uomo... quello lì si è sentito pedinato, si è voltato indietro. «Cosa volete?» «Maestro, dove stai di casa?» «Venite a vedere.» E così quei due sono stati tutto il pomeriggio sentendolo parlare, vedendolo parlare, perché non capivano niente di quel che diceva, ma il modo con cui diceva era così persuasivo, era così evidente che quell'uomo diceva la verità... Sono andati via e alla prima persona che hanno trovato hanno detto: «Abbiamo trovato il Messia»; hanno ripetuto una sua parola di cui non capivano veramente il senso, ma comunque, essendo esso già anche nell'orecchio della gente, hanno ripetuto le sue parole".
B. la certezza della fede, ad ogni miracolo, nella convivenza diventa sempre più grande fino a costituire il fondamento della vita
"Il secondo capitolo del Vangelo di Giovanni termina dicendo: «Di fronte a quel miracolo, credettero in Lui i suoi discepoli»; era il miracolo del cambiamento dell'acqua in vino. Ma come, non hanno già creduto nel capitolo precedente? E infatti questo è un ritornello che continua nel Vangelo: quando c'è un grosso miracolo, ecco il ritornello che riprende: «Credettero in Lui i suoi discepoli». Molto giustamente questa ripetizione non solo non è inutile, ma conferma la verità di quello che si sta dicendo, di quello che il Vangelo dice, perché è il gioco dell'approfondimento della certezza in noi".
II. la prima caratteristica della fede cristiana è che parte da un fatto, un fatto che ha la forma di un incontro
III. La seconda caratteristica è l'eccezionalità del fatto. Una presenza eccezionale
A. quando qualcosa corrisponde al criterio per cui si vive e si giudica tutto, all'«esperienza elementare», alle esigenze più profonde del cuore, allora è eccezionale
"Trovare un uomo eccezionale vuol dire trovare un uomo che realizza una corrispondenza con quel che desideri, con l'esigenza di giustizia, di verità, di felicità, di amore... che dovrebbe essere una cosa naturale, ma non capita mai, è impossibile, è inimmaginabile".
B. eccezionale equivale a divino, perché la risposta al cuore è Dio
IV. la terza caratteristica della fede cristiana è lo stupore, di fronte all'eccezionalità della Presenza; lo stupore è sempre una domanda, almeno segreta
"il fatto da cui parte la fede in Cristo, l'incontro da cui parte la fede di Giovanni e di Andrea - dando loro un'impressione assolutamente eccezionale, perciò il presentimento di qualche cosa di sovrumano, mai immaginato inimmaginabile - ha destato in loro un grande stupore"
A. episodio della guarigione del paralitico (Matteo 9, 2-7; Marco 2, 1-12; Luca 5, 18-26)
B. la tempesta sedata (Matteo 8, 23-27; Marco 4, 37-41)
V. lo stupore è sempre una domanda, almeno segreta, per cui il quarto fattore della fede cristiana è la domanda: «Chi è costui?»
" Qui si pone il problema della fede, la risposta alla domanda è la risposta di fede: uno dice di sì e l'altro no"
A. Gesù appare in ogni circostanza un essere superiore a ogni altro; c'è in lui qualcosa, un «mistero»
B. dall'eccezionalità di Gesù nasce la domanda «Chi è costui?»; la domanda mostra che ciò che Egli sia in realtà non lo si può dire da soli
C. le differenti risposte alla domanda dipendono dall'impegno con Lui, dalla convivenza sistematica con Lui (un caso di certezza morale)
sul metodo della certezza morale: cfr. L. Giussani, Il senso religioso, in L'itinerario della fede, Firme oro, Rizzoli, Milano, 2007, pagg. 31-36; L. Giussani, All'origine della pretesa cristiana, in L'itinerario della fede, Firme oro, Rizzoli, Milano, 2007, pagg. 248-251
1. la folla, dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, vuole farlo re (Giovanni, 6, 5-15)
2. i giudei, i farisei (gli intellettuali, giornalisti), quando Gesù dichiara che darà la sua carne da mangiare e il suo sangue da bere, dicono che è matto (Giovanni, 6, 48-58)
3. tutti lo abbandonano, solo i discepoli restano: sulla base della convivenza con Gesù, pur non comprendendo, dovevano fidarsi delle sue parole (Giovanni, 6,59- 69)
" Allora Pietro - e questo è il punto che sintetizza, come dicevo prima, tutto questo drammatico posto di Cristo e il sorgere della fede del mondo, questo è il momento in cui sorge la fede in Cristo nel mondo e durerà fino alla fine del mondo - Pietro, Simon Pietro, con la solita irruenza dice: «Maestro, anche noi non comprendiamo quel che dici, ma se andiamo via da te, dove andiamo? Tu solo hai parole che spiegano la vita. È impossibile trovare uno come te. Se non deve credere a te, non posso più credere ai miei occhi, non posso più credere in niente». È la grande, vera, reale alternativa: o il niente in cui tutto va a finire... oppure quell'uomo lì ha ragione, è quello che dice di essere"
VI. quinta ed ultima caratteristica della fede: la responsabilità di fronte al fatto, la risposta
A. la caratteristica suprema dell'atto umano, soprattutto quando l'uomo sta di fronte al suo destino, è la libertà
"Di fronte a questo in cui tutto è così chiaro - «Se non credo a Te non credo ai miei occhi», questa è la sostanza della posizione di San Pietro - di fronte alla domanda «Chi è Costui?» e di fronte alla risposta che Pietro dà, uno può dire e sì o no: aderire a quello che dice Pietro oppure andar via come sono andati via tutti gli altri".
B. l'unica cosa razionale è il sì, perché la realtà che si propone corrisponde alla natura del nostro cuore, alla sete di felicità, alla natura del nostro io, all'esigenza di verità, più di qualsiasi nostra immagine
C. il no non nasce da ragioni ma da uno scandalo
1. lo scandalo, che vuol dire inciampo, è una forma di menzogna che si chiama preconcetto
2. Cristo è contrario a ciò in cui uno ripone la sua speranza (inutilmente, perché non c'è nessuna speranza che poi accada)
"... detto questo, gridò a gran voce: "Lazzaro, vieni fuori!". Il morto uscì con i piedi e le mani avvolti in bende e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: "Scioglietelo e lasciatelo andare". Molti dei giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quello che aveva compiuto, credettero in Lui. Ma alcuni corsero dai farisei a Gerusalemme (Giovanni 11,38-48)... Molti dei giudei credettero di Lui e alcuni corsero ad accusarlo: lo stesso fatto eccezionale, lo stesso incontro eccezionale in molti diventa si è in alcuni diventa no. Non c'è ragione: non dicono «è un'illusione»... no, no, no, corsero ad accusarlo: il no nasce sempre dal preconcetto, dal fatto che Gesù diventa scandalo, impedimento a quello che vorresti".
La Fede – Assemblea (pag. 58)
I. per fare l'assemblea si fanno domande
A. riferendo cose che si sono sentite
B. esplicitando sentimenti che si sono provati
II. in questo modo si evitano due cose
A. che si legga credendo di capire
B. l'artificio dell'astratto (il parlare astratto, ché è quasi uguale al parlare a vanvera)
C. le parole che ci diciamo, che abbiamo imparato o sentito da Cristo, direttamente o attraverso la Chiesa, c'entrano con quello che viviamo, con la vita, si rivolgono al cuore, che è il luogo proprio della ragione
"La ragione sta dentro il cuore altrimenti e un aquilone, come l'aquilone di Pascoli che se ne vola via..."

L'aquilone di Giovanni Pascoli
C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole,
anzi d'antico: io vivo altrove, e sento
che sono intorno nate le viole.

Son nate nella selva del convento
dei cappuccini, tra le morte foglie
che al ceppo delle quercie agita il vento.

Si respira una dolce aria che scioglie
le dure zolle, e visita le chiese
di campagna, ch'erbose hanno le soglie:

un'aria d'altro luogo e d'altro mese
e d'altra vita: un'aria celestina
che regga molte bianche ali sospese...
sì, gli aquiloni! E' questa una mattina
che non c'è scuola. Siamo usciti a schiera
tra le siepi di rovo e d'albaspina.

Le siepi erano brulle, irte; ma c'era
d'autunno ancora qualche mazzo rosso
di bacche, e qualche fior di primavera

bianco; e sui rami nudi il pettirosso
saltava, e la lucertola il capino
mostrava tra le foglie aspre del fosso.

Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino
ventoso: ognuno manda da una balza
la sua cometa per il ciel turchino.

Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza,
risale, prende il vento; ecco pian piano
tra un lungo dei fanciulli urlo s'inalza.
S'inalza; e ruba il filo dalla mano,
come un fiore che fugga su lo stelo
esile, e vada a rifiorir lontano.
S'inalza; e i piedi trepidi e l'anelo
petto del bimbo e l'avida pupilla
e il viso e il cuore, porta tutto in cielo.

Più su, più su: già come un punto brilla
lassù, lassù... Ma ecco una ventata
di sbieco, ecco uno strillo alto... - Chi strilla?

Sono le voci della camerata mia:
le conosco tutte all'improvviso,
una dolce, una acuta, una velata...
A uno a uno tutti vi ravviso,
o miei compagni! E te, sì, che abbandoni
su l'omero il pallor muto del viso.

Sì: dissi sopra te l'orazioni,
e piansi: eppur, felice te che al vento
non vedesti cader che gli aquiloni!

Tu eri tutto bianco, io mi rammento:
solo avevi del rosso nei ginocchi,
per quel nostro pregar sul pavimento.

Oh! te felice che chiudesti gli occhi
persuaso, stringendoti sul cuore
il più caro dei tuoi cari balocchi!

Oh! dolcemente, so ben io, si muore
la sua stringendo fanciullezza al petto,
come i candidi suoi pètali un fiore
ancora in boccia! O morto giovinetto,
anch'io presto verrò sotto le zolle
là dove dormi placido e soletto...

Meglio venirci ansante, roseo, molle
di sudor, come dopo una gioconda
corsa di gara per salire un colle!

Meglio venirci con la testa bionda,
che poi che fredda giacque sul guanciale,
ti pettinò co' bei capelli a onda tua madre...

adagio, per non farti male.


III. è importante studiare a memoria
"Studiare a memoria vuol dire immedesimarsi, rendere parte di sé, parte del proprio sangue un'esperienza grande e grandemente umana ed espressa con una bellezza a noi ignota; vuol dire parteciparvi"
IV. la differenza tra l'eccezionale e l'emozionante
A. eccezionale
1. è l'esperienza di una corrispondenza di quello che incontri con le esigenze del tuo cuore
"...una corrispondenza eccezionale rispetto ai rapporti soliti. Ma quanto più è eccezionale, tanto più è impensabile e ti fa restare pieno di stupore: è lo stupore della verità, veritatis splendor, lo splendore della verità che ti rende pieno di stupore..."
2. l'eccezionalità ha qualcosa che non c'è nell'emozione: il giudizio, il paragone fra i criteri del nostro cuore e la realtà in cui ti imbatti
B. l'emozione
1. è la reazione psicologica a qualcosa che incontri
2. è una cosa che chi avviene, che provi
V. la corrispondenza è un giudizio che paragona la realtà in cui ti imbatti e che genera un'emozione, cioè una reazione psicologica o psichica, con le esigenze del cuore, di felicità, di verità, di bellezza, di bontà
A. i criteri, le esigenze
1. sono sempre ben chiari
2. indicano il rapporto con il destino, il rapporto con Dio
B. il giudizio è l'applicazione dei criteri all'oggetto che ti crea un'emozione
"Cosa vuol dire giudizio? Tu sei innamorato, ti sei innamorato della segretaria, come può capitare a tanti, come, specialmente adesso, capita a tutti: questo corrisponde al disegno che Dio ha fatto sulla tua vita e, perciò, corrisponde al cammino della felicità tua o no? Vediamo: sei sposato, tanto che hai una bambina, perciò si abbandoni tua moglie tua figlia tradisce il compito che Dio ti ha dato, perciò non sei più sulla strada della felicità. E nonostante che sempre felicità per te scappare con la segretaria, nonostante che ti sembri più felicità quella, è il contrario, ti porta all'opposto: sei pazzo".
C. occorre che l'emozione sia giudicata: l'emozione eretta a criterio di azione, senza giudizio è il motivo addotto per commettere tutti gli errori che fanno gli uomini in questo mondo
D. se vai contro le esigenze del cuore, vai contro il disegno di Dio, vai contro la strada al destino, contro la tua vita
"La strada destino non è descritta né, tantomeno, salvata dall'innamoramento che quel povero disgraziato ha avuto per la segretaria, ma dal fatto dell'essere fedele a sua moglie e alla sua bambina, cioè alla vocazione al compito che Dio gli aveva dato. Sarebbe stato un sacrificio grandissimo, pensa che sacrificio sarebbe stato per quell'uomo tranciare l'esigenza di scappare con la segretaria per stare con la moglie e la bambina. È un sacrificio fino a morirne... si deve fare fino a morirne, perché «che cosa vale se prendi tutto quello che vuoi e per di te stesso?» diceva Gesù... è il Vangelo che dice questo: «Chi vuole la sua vita, la perderà», chi è attaccato alla sua mozione, al suo modo di sentire, si perderà".
VI. Cosa vuol dire che il sì che dico a Cristo implica la totalità della mia persona?
A. per vedere Cristo in ogni cosa, perché diventi habitus, abitudinario, il percepire in tutte le cose la presenza del Mistero che è diventato un uomo di carne ossa e perciò la presenza di Cristo, bisogna compiere un lungo cammino: si tratta di cominciare
B. l'inizio è domandare, al mattino, di pensare il più spesso possibile durante la giornata a Cristo
"Cosa vorrà dire pensarlo spesso? Pensarlo: per esempio, immaginandoti di essere come Giovanni Andrea di fronte a quell'uomo che parla; oppure giudicando quel che devi giudicare, e comportamento degli altri, dal fatto che Dio è diventato presenza, che è presente a te, che è presente a tutti e nessuno lo sa. E ti viene il magone a pensare che nessuno lo sa. E questo con il tempo rende maturi in tutto".
1. occorre recitare l'Angelus quando ti svegli perché ricorda il punto in cui tutto è cominciato
"Dite bene l'Angelus: «Mi accada secondo la Tua parola»: nei rapporti con tutti gli uomini la al lavoro, nel rapporto con tutta la gente che vedrò sul tramvai o in strada, i rapporti con le cose, con la pioggia che secca o un sole che troppo caldo... bisogna domandare".
C. dobbiamo abbordare questo "altro mondo" di cui viviamo, per cui siamo uomini, sorgente della felicità, della pace, dell'attrattiva e della creatività
D. Dio ci ha spinti davanti alla soglia di questo mondo: bisogna oltrepassare questo confine ed entrare: vivere è entrare dentro questo vero mondo
"... Le cose diventano cento volte più belle. Così, la ragazza a cui vuoi bene è fatta di un Altro, è fatta di Cristo - «Tutto in lui consiste» -, le montagne, il corpo di questa ragazza è fatto di una Altro perché da sola sarebbe nulla, nulla".
E. c'è un aiuto umano: la compagnia fatta di persone chiamate a cercare come te
"... quella compagnia è l'unica realtà veramente umana, totalmente umana, che esista al mondo. Tutto il resto del mondo è umano come una grande ferita che gridi di essere rimarginata, una grande solitudine che esiga di essere sorpresa da una illuminazione, da una protezione che venga da altri come sé. Allora il compagno diventa veramente un altro sé e nasce tra gli estranei come noi un'affezione più grande di quella che si ha per il padre e la madre, fino all'emozione. Perché il giudizio di corrispondenza matura fino a identificarsi con l'emozione... più grande di quella che hai per tuo padre e tua madre...non perché dimentichi tuo padre e tua madre, ma perché impari a capire che l'importanza di un tuo padre e tua madre è che hanno in qualche modo collaborato a questa strada - per esempio facendo ti nascere - così che se fossero (scusate l'ipotesi),2 delinquenti, gli anni con i tuoi compagni. Altro!"
VII. Il riconoscimento della corrispondenza
A. non può mai coincidere con la diminuzione del tuo dovere: il tuo lavoro devi farlo tutto
B. è una cosa che si insinua mentre lavori, nel tempo diventerà abituale
"Come prendendo il bicchiere per bere vedo con la coda dell'occhio che a destra c'è, imponente, Carlo, così Cristo diventa una presenza come nella coda dell'occhio, una presenza continua... ma col tempo".
C. la corrispondenza deve essere totale, sfida la totalità, oppure non è
"... nessuno ve lo ricorda, nessuno; ce l'hanno dentro soltanto vostro padre e vostra madre. Quando un uomo una donna diventano padre e madre hanno dentro - senza che se ne accorgono, senza pensarci neanche - hanno dentro la passione per il destino del bambino a cui danno vita: non se ne accorgono neanche, però c'erano dentro. Tant'è vero che se il figlio o la figlia decidono una strada che è contraria a quella che prevedevano loro, cedono soltanto di fronte ad una cosa, alla felicità del figlio. Tanto è vero che se vedono che il figlio è contento, prima resistono, resistono, resistono, ma poi a un certo punto cedono: sarà una bella festa quando cedono!"
VIII. lo stupore, la domanda profonda che è la caratteristica della fede
A. lo stupore viene prima della domanda
B. non puoi fare una domanda se non sei attratto: c'è qualcosa che ti attira, allora tendi. Tendere vuol dire domandare
"Giovanni Andrea non lo conoscevano, mai conosciuto. Gli vanno dietro con timore e stanno là tutto il pomeriggio a vederlo parlare, perché non capivano neanche bene quel che dicesse... Riferitevi sempre lì: in Andrea e Giovanni, vedendo parlare a quell'uomo - e quanto più parlava, tanto più questo avveniva - era naturale desiderio di conoscerlo, di stare con Lui, di sentirlo ancora parlare. E questo desiderio era una domanda, era come una domanda; veniva in loro la domanda: «Farci stare con te, continua a parlare, parlaci sempre». Tant'è vero che a un certo punto, nella sinagoga di Cafarnao, Simone l'ha detto chiaramente con quella frase che rimane per tutta la storia: «Se andiamo via da te, dove andiamo? Tu solo hai parole che spiegano la vita»".
IX. Fede e incontro
A. l'incontro è lo strumento, il fenomeno per cui ti accosti alla fede
B. la fede è riconoscere che è presente nel mondo e nella storia del mondo Dio fatto carne, fatto uomo, costituito cioè fattore di essa, fattore della storia, fattore della realtà presente
"La fede è questa. Quando Gesù disse al padre dell'epilettico: «Se credi, tuo figlio può essere salvato», lui rispose con la più bella frase con cui avrebbe potuto rispondere: «Credo, Signore, aiuta la mia incredulità», affermando nello stesso tempo la sua volontà di credere, l'evidenza che c'erano motivi per credere, e l'umiltà della sua debolezza. E Gesù davanti a queste cose... era finito!"
C. il modo con cui la fede nasce ragionevolmente è un incontro fra la coscienza - intelligenza, sensibilità e affettività - dell'uomo e una Presenza umana eccezionale
"...la grande Presenza palesa se stessa come sorgente di una eccezionalità, di una grandezza di efficacia che era assolutamente insospettabile. Così che l'uomo dice quello che hanno detto gli apostoli: «Se non crediamo in questo uomo, non possiamo più credere neanche i nostri occhi»"
X. note di metodo
A. bisogna leggere, rileggere, parlare, riparlare, dieci, cento volte queste cose perché diventino mens, misura di tutto, mentalità
B. bisogna rifare il cammino, capire i nessi, ripassare i rapporti tra parola e parola, in modo che sia chiaro
C. altrimenti si rimane schiavi della mentalità comune
D. la recita al mattino dell'Angelus è come una spada e farà una crepa dentro il muro della mentalità comune e la allargherà ogni giorno di più

domenica 13 gennaio 2008

Scuola di Comunità pagg. 11-24; scheda a cura di Giorgio Razeto

Si può vivere così?
Uno strano approccio all'esistenza cristiana

Introduzione - La ragionevolezza del cominciare (pag. 11)
I. Ad ognuno è capitato qualcosa un incontro. Un qualche cosa per cui si è detto: "incomincio"
II. uno inizia prima di conoscere, appunto per conoscere
A. non si tratta di curiosità o di una ricerca scientifica
B. l'inizio non ha un valore ipotetico, cioè "vediamo se..."
C. è come una persuasione in lontananza: è come capire che lì dentro ci deve essere qualche cosa di bello, di giusto, c'è un compimento da trovare
III. iniziare è ragionevole perché capiamo che lì dentro c'è qualcosa che corrisponde profondamente all'esistenza del cuore, alla sete e alla fame del cuore, al destino della vita
una cosa è ragionevole quando corrisponde alle esigenze del cuore
IV. le esigenze del cuore sono ultimamente e profondamente esigenze di felicità, di compimento e di felicità, di perfezione e di felicità, l'esigenza del destino per cui si si è fatti
Capitolo primo - La Fede
Un metodo di conoscenza che impegna la ragione (pag. 21)
Conoscenza diretta e conoscenza indiretta (pag. 21)

I. la conoscenza è un riconoscimento che tecnicamente si chiama giudizio, ha la forma del giudizio
II. la conoscenza può essere di due tipi
A. diretta, che si chiama anche "esperienza diretta"
B. indiretta,che consiste in una "esperienza indiretta"
III. la conoscenza indiretta
A. raggiunge la conoscenza attraverso un intermediario, che si chiama testimone o teste
B. è un tipo di conoscenza che si chiama fede
"il riconoscimento della realtà attraverso la testimonianza che porta uno... è un problema che c'è soltanto a livello di persone; è una conoscenza della realtà che avviene attraverso la mediazione di una persona fidata, adeguatamente affidabile. Io non vedo la cosa; vedo soltanto l'amico che mi dice quella cosa... siccome di lei mi posso fidare, so che mi posso fidare, quello che lei è visto è come se l'avessi visto io".
C. è una forma naturale di conoscenza indiretta; non è soltanto applicabile a soggetti religiosi si applica a tutto
D. è uno dei metodi della ragione
"La ragione è una cosa viva che, perciò, per ogni oggetto ha un suo metodo... ha anche una dinamica per conoscere cose che non vede direttamente e che non può vedere direttamente, le può conoscere attraverso la testimonianza di altri: conoscenza indiretta per mediazione".

giovedì 10 gennaio 2008

Che cosa è la Scuola di comunità

La Scuola di comunità è la catechesi – testo, meditazione personale, incontri comunitari – del movimento di Comunione e Liberazione.

Per i prossimi due anni il testo di riferimento è: Luigi Giussani, Si può vivere così? – Uno strano approccio all’esistenza cristiana, Ed. Rizzoli, Milano, 2007

Per spiegare, in che cosa consiste la Scuola di comunità, si riportano gli appunti tratti da due conversazioni con Luigi Giussani


Scuola e metodo


Appunti da due conversazioni con Luigi Giussani. 1993 e 1997

La Scuola di comunità e la presenza

Sintesi di un raduno di responsabili del Cle con don Giussani. 1993
1. La Scuola di comunità è lo sviluppo di una esperienza che comincia prima della Scuola di comunità, di un avvenimento che è sempre prima della Scuola di comunità: viene prima della prima pagina e viene prima di qualsiasi pagina e viene prima di qualsiasi frase di qualsiasi pagina.
C’è qualcosa che viene prima della Scuola di comunità: se tu vivi questo qualcosa che viene prima, se sei dentro, se sei innestato, se sei immerso in esso, allora la Scuola di comunità vibra e, parlandone, comunichi agli altri una esperienza vivente, comunichi una vita: altrimenti usi parole, rovesci addosso ai ragazzi solo parole tue.


2. Il problema, non ancora sufficientemente chiaro, è la necessità di affondare le radici di tutto il nostro muoverci dentro una coscienza di appartenenza a una realtà totalmente nuova.
Se cercassimo di reperire il fondamento e i criteri delle nostre azioni fuori dall’energia consacrata dalla presenza di Cristo e dalla sua Chiesa, ultimamente diventeremmo come foglie agitate dal vento: allora l’instabilità, il risentimento e una impotenza ultima qualificherebbero il nostro agire.
L’osservazione per un cristiano è totalizzante. Non si può, perciò, parlare di educazione dell’uomo o di creazione dello strumento stabile per l’educazione (la scuola) senza che il fondamento da cui attingere i criteri, gli sviluppi prospettici e il luogo da cui speriamo l’energia sufficiente per attuarli, sia altro che la Chiesa di Dio, così come essa vive - per grazia dello Spirito - in noi e attorno a noi nella compagnia a cui il Signore ci ha consegnati, come ha detto con una frase bellissima il cardinale Ratzinger commentando la Lettera di san Paolo ai Romani (Rm, 6).
«La compagnia cui il Signore ci ha consegnati». Il fondamento di partenza, la sorgente dei criteri, quindi della forza e dei criteri che se ne sviluppano, la stessa modalità costruttiva devono partire di qui. Il principio formale, la forma del fondamento dei criteri deve partire dalla coscienza dell’appartenenza a questa realtà, alla realtà di Cristo, così come ci tocca nella compagnia a cui ci ha consegnati. È un principio da tenere ben presente quando si parla in qualunque modo di cultura, di costruzione della società e di educazione dell’uomo, è un punto di partenza senza possibilità di ritorni e di equivoci.


3. La regola per approfondire l’avvenimento che ci ha colpiti in modo persuasivo è il seguire. Seguire vuol dire impegnare la propria personalità con ciò che ci ha incontrato. Ci sono tanti modi per vivere la vita di Cristo; la storia della Chiesa ne è un esempio. L’incontro con una realtà diversa, più imponentemente persuasiva e più ricca di promessa, è un aiuto particolare che ci è stato dato per amare e testimoniare ciò che è accaduto nel mondo: Dio è diventato uomo.
Come si fa a vivere ciò che è accaduto? Seguendo ciò che si è incontrato, con tutto il proprio io, con tutta la personalità, con l’intelligenza, l’affettività e l’energia decisiva della propria libertà. Si tratta di non confondere la già fragile nostra capacità di resistenza, di non confonderla ulteriormente andando dietro a tanti maestri. Solo seguendo quel maestro che il Signore mi ha fatto incontrare l’obbedienza può dilatarsi come fatto storico. Altrimenti nella Chiesa non ci sarebbe la ricchezza che c’è, morirebbe la singolarità della nostra faccia. È necessario non confondere la nostra fragilità scegliendoci i maestri, come dice san Paolo nella Lettera ai Tessalonicesi: «Scegliendo noi i maestri secondo il prurito del nostro orecchio o il piacere che ci fanno». Ciò in cui ci siamo imbattuti è qualcosa di oggettivo.

4. Fattori fondamentali dell’esperienza
a) Il metodo della testimonianza.
Il metodo della testimonianza è la presenza nell’ambiente come vita di un soggetto umano nuovo: la domanda nasce dalla curiosità che suscita il vedere due o venticinque che vivono in modo diverso.
Nella presenza dentro l’ambiente, l’aiuto più grande viene dall’uso della Scuola di comunità. Ma come si fa a fare Scuola di comunità senza domandare Dio? Senza preghiera? Come si fa a fare Scuola di comunità senza cercare di capire? Senza iniziare a capire la corrispondenza con la nostra esperienza personale? Come si fa a fare Scuola di comunità senza avvertire la logica interna del testo? E come si fa a fare Scuola di comunità senza che venga voglia di dire al proprio compagno: vieni anche tu!
Perciò, la preghiera, la comprensione che arrivi a toccare fino all’affettività del cuore e la passione di comunicazione sono parti integranti di una Scuola di comunità. Non è Scuola di comunità se mancano questi fattori.
b) La verifica.
La verifica è una parola che non si deve usare invano perché è piena di peso, «pesante», come è «pesante» la ragione; è il metro con cui la ragione cammina verso le sue certezze, fa la sua strada. La verifica è un lavoro, è il paragone della proposta con le esigenze costitutive del cuore.
In che modo avviene questo paragone?
È un soggetto che genera un rapporto, che genera, quindi, un fenomeno nuovo in cui il ragazzo si sente preso dentro e da cui il ragazzo si sente investito. Per questo il primo fattore di risposta è che ciò che proponi sia vita per te, è che tu sia responsabile di quel che dici, consapevole del perché lo dici, che ti sia ben chiaro che la verità è adequatio rei intellectus, vale a dire che è vero ciò che corrisponde alle esigenze fondamentali del cuore e alla coscienza di sé.
Tu devi aver fatto esperienza di questo, devi cercare di fare esperienza di questo e devi chiedere allo Spirito la capacità di comunicarlo ai ragazzi perché c’è una sproporzione tra quel che senti, quel che vedi e quello a cui aderisci e il mistero della libertà e dell’anima del ragazzo. C’è una sproporzione tra te e questo mistero che ti fa venire tremore, che ti fa sentire la tua incapacità. Perciò tu devi pregare. Se fai questo, allora la risposta alla esperienza che proponi emerge, come Dio vuole, secondo la disponibilità della libertà dell’allievo e secondo anche la capacità mentale dell’allievo.
Tu proponi qualcosa come chiara espressione di un tuo contenuto di vita e chiedi al ragazzo di riflettere, di pensare, di paragonarsi bene con quello che tu dici e di vedere se corrisponde con ciò cui il suo cuore è destinato. È lui che deve percepire questa adeguatezza, questa corrispondenza della proposta alla vita; deve percepirla, cioè riconoscerla lui. Per fargliela riconoscere è molto importante suggerire che faccia il paragone anche col contrario; cioè, fuori da questa proposta come può risolvere gli impeti del suo cuore? A questa natura sua come può dar risposta? Deve essere il ragazzo a percepire che fuori da questa proposta trova solo cenere, solo il nulla. Deve essere lui a capire che fuori di qui non trova risposta, ma il tentativo di sfruttarlo, di possederlo, di usarlo, sentimentalmente e politicamente.
La responsabilità è la risposta che il ragazzo dà. Una dialettica nel rapporto, una continua sollecitazione a chiarire il significato e le ragioni della proposta sono importanti in quanto aiutano la responsabilità ad essere cosciente.
Tutto questo movimento nel rapporto è essenziale perché il ragazzo possa dire di sì, dire di no, o restare nel dubbio senza colpa.
Perciò non è detto che la calorosità o la chiarezza della proposta trovino una risposta positiva. Abbiamo sempre chiamato l’educazione «rischio educativo» perché è il confronto con una libertà che deve muovere la ragione e deve muovere l’affettività.
c) Una compagnia educativa.
Ci sono tante compagnie; non dico: «scegliete» ma aderite alla compagnia in cui Cristo vi ha messo, che Cristo vi ha fatto incontrare, a quella che per prima vi ha colpito con persuasività.

Una presenza che muove
I fattori costitutivi della Scuola di comunità

Appunti sintetici da una conversazione con don Giussani. 1997

L’inizio dell’esperienza è l’incontro con una realtà umana diversa. Una Scuola di comunità che ne prescindesse sarebbe ideologia o astrazione.
Nella Scuola di comunità si deve certo parlare della vita, ma alla luce dell’esperienza nuova incontrata. Altrimenti si parla della vita così come la si pensa, la si sente, così come essa fa reagire in termini naturali, comunque secondo un criterio diverso dall’appartenenza.
La Scuola di comunità è lo strumento principale della vita nuova, del modo nuovo di perseguire lo scopo dell’io nuovo.
Chi guida
Tutto dipende da chi guida la Scuola di comunità. Se chi la guida è una presenza, allora l’intelligenza e l’affettività vengono mosse in modo diverso. La novità guida. Se invece fa una lezione, non è una presenza, non muove. Tutt’al più muove una dialettica, una discussione, un succedersi di pensieri. E l’indomani, alzandosi al mattino, tutto quel moto di pensieri non c’entra più con l’esistenza.
A. Il sintomo che la Scuola di comunità è guidata è che uno esce diverso da come è entrato.
B. La Scuola di comunità deve rappresentare uno sviluppo dell’incontro fatto: in essa continuamente viene riassunta e superata tutta la vita del movimento.
C. Senza esistenzialità (nesso tra la parola e il reale) non si può fare Scuola di comunità: solo così è espressione di un’esperienza. Se non porta almeno all’individuazione di qualcosa da cambiare e, quindi, al desiderio di fare accadere questo cambiamento, non può trattarsi di Scuola di comunità.
Come si fa Scuola di comunità?
Come preghiera. Poiché la Scuola di comunità deve riassumere il fenomeno stesso del movimento nel suo sviluppo, ricordiamoci che non c’è ricerca della verità sul Destino, su Dio, senza preghiera. Pregare, quindi, all’inizio del raduno.
Occorre pregare anche durante il raduno, come modalità d’animo in chi domanda e in chi risponde: come posizione di umiltà, lieta e sicura di ciò che porta.
La preghiera diventa anche scoperta della necessità del sacramento, nel quale l’avvenimento iniziale ridiventa presenza.
Come si svolge Scuola di comunità?
Innanzitutto è una scuola: un luogo e un metodo in cui si impara.
Imparare vuol dire aumentare la coscienza del reale.
Imparare implica capire il testo nel suo significato, cioè nel suo rapporto col reale e nelle ragioni che porta per far comprendere questo suo nesso col reale.
È inevitabile che per capire si debba ripetere (petere ad=tendere a): aumentare l’attenzione. Ripetere con attenzione equivale a vedere.
Quando si capisce? Nella misura in cui si sperimenta la corrispondenza delle parole che si leggono e che si sentono con quel che si vive.
Così il reale, nella misura in cui vien fatto accostare, diventa epifania della coscienza dell’appartenenza.
Quattro punti di lavoro
I) Lettura intelligente, attenta alla modalità del rapporto con le cose, ai giudizi che fa nascere, alle ragioni che dà.
II) Comunicazione dell’esperienza (tutto può entrare), in paragone col testo.
III) Una cultura che si sviluppa. La sorgente delle motivazioni e dei criteri deve nascere dall’interno della natura dell’esperienza e non deve venire dal di fuori. Si è tanto più geniali quanto più si penetra nell’avvenimento che ci ha colti, quanto più si segue.
IV) La sintesi di chi guida: esempio comunicato dello sviluppo di esperienza che chi guida ha fatto durante l’avvenimento della Scuola di comunità.
L’esito comunicativo
Da una Scuola di comunità così concepita e vissuta nasce un impeto affettivo di comunicazione che ha tre flessioni:
a) testimonianza e missione;
b) attenzione ai bisogni, carità fino alla consistenza organica di opere;
c) cultura: l’impeto affettivo di comunicazione ispira fantasia, cammini di giudizio, scoperte logiche, con tutti gli strumenti necessari che ne nascono.